Anche i vescovi imparano

Rubrica quotidiana a cura di P. Salvatore Brugnano

Storie belle… per vivere meglio

Anche i vescovi imparano.

Tra le tante gravi crisi politiche ed economiche del nostro mondo si è inserita da un certo tempo anche la crisi di pastori della Chiesa che non hanno vigilato adeguatamente su certi aspetti dell vita ecclesiale, specialmente riguardo al grave problema della pedofilia nella Chiesa. – Vescovi che hanno coperto colpevolmente sacerdoti colpevoli, vescovi accusati essi stessi di passate debolezze, vescovi finanche condannati da recenti sentenze.  – Papa Francesco ha avuto l’estremo coraggio di sollevare apertamente il coperchio di certe pentole che la magistratura già aveva cominciato a sollevare ed ha chiesto ai suoi confratelli nell’episcopato passi concreti dopo accurata riflessione e profonda preghiera. – La risposta dell’episcopato cileno, chiamato a confronto, si è concretizzata nel gesto coraggioso dei vescovi cileni, i quali hanno chiesto pubblicamente perdono e tutti hanno rassegnato le dimissioni. Era il passo necessario per un nuovo inizio. Lo Spirito indicherà la strada da percorrere.

La teologa cilena Sandra Arenas, docente presso la Pontificia Università Cattolica di Santiago, ha commentato con franchezza le dimissioni collettive dei vescovi cileni ed ha visto che da Papa Francesco è partito un segnale forte per tutta la Chiesa che sta dando frutti.

Far entrare lo Spirito.
«La Chiesa cilena ha aperto le finestre per far entrare lo Spirito. Lo sento soffiare con forza in questo momento».
Sandra Arenas, teologa di spicco e docente della Pontificia Università Cattolica di Santiago, ricorre alla nota metafora di san Giovanni XXIII per analizzare la temperie attuale: “Un periodo intenso, di crisi ma anche di straordinaria opportunità di intraprendere un nuovo cammino”.
In tale ottica vanno interpretate le cosiddette “dimissioni in blocco” dell’episcopato del Paese australe.
Un atto, al contempo, individuale e collettivo. Ognuno dei 32 vescovi in carica ha rimesso l’incarico nelle mani del Pontefice. Compiendolo insieme, nel medesimo istante, «essi decidono di farsi carico, come corpo episcopale, di un problema trasversale e sistemico.
Un gesto, forse tardivo, ma di sicuro coraggioso, con cui i vescovi riconoscono di non essere stati all’altezza delle circostanze, al di là delle responsabilità, più o meno gravi, dei singoli. Ed esprimono la disponibilità ad avviare un processo di conversione profonda, personale e comunitaria, per rendere la Chiesa più conforme al mandato evangelico. La notizia mi ha dato molta speranza».
Il gesto dell’episcopato arriva all’indomani di tre giorni di preghiera e meditazione con papa Francesco.

In che modo?
  Che cosa significa questo metodo di “discernimento congiunto” proposto dal Pontefice? Esso rappresenta un precedente per la Chiesa universale, non solo cilena. Papa Francesco ha dato l’esempio, negli ultimi cinque mesi, di come un pastore deve affrontare una situazione difficile.
 Il Papa per primo s’è lasciato “provocare” dalla realtà e si è sottoposto per primo, con umiltà evangelica, a un processo di discernimento. Da qui è maturata la prima richiesta di perdono, la volontà di fare chiarezza e di accettare la realtà, in tutta la sua durezza e scomodità.
Né la Chiesa è una comunità di perfetti, né Francesco è un superuomo. Invece di proporsi come tale, Papa Francesco ha ammesso pubblicamente il proprio errore e ha cercato di porvi rimedio. In modo innovativo. A conclusione della missione degli inviati Scicluna e Bertomeu ha avviato una seconda fase di discernimento comunitario. Prima con le vittime, poi con i vescovi. Un’esperienza concreta di sinodalità, assunta a pieno, in una contingenza critica, in cui più forte è la tentazione di “prendere in mano le redini” da soli.
In tal modo, Bergoglio ha mandato un messaggio forte all’intera Chiesa. E, nel caso particolare cileno, possiamo vedere che il ‘metodo Francesco’ sta producendo frutti.

Un “problema sistemico”.
Al di là del caso Karadima e dei ‘gravi errori ed omissioni’ di alcuni, la Chiesa cilena ha mostrato, negli ultimi decenni, una disfunzione di fondo. Una certa “spiritualità da sacrestia”, cioè un forte clericalismo, l’ha separata dal resto della società.
  Lo hanno riconosciuto gli stessi vescovi nella loro lettera quando affermano la necessità di dare nuovo impulso alla missione profetica e di rimettere Cristo al centro.
Al suo posto, nel passato recente, la Chiesa ha messo se stessa e i propri interessi. O, peggio, quelli del proprio gruppo, del proprio settore, della propria comunità.
L’autopreservazione e autodifesa a oltranza hanno ferito la comunione ecclesiale.

Come ripartire?
Papa Francesco ha indicato la direzione: la sinodalità. Solo da un processo di discernimento approfondito e condiviso tra vescovi, sacerdoti, religiosi, laici, possono venire quelle misure di lungo periodo affinché il «volto del Signore torni a risplendere nella nostra Chiesa».

(fonte: cf Avvenire.it, 19 maggio 2018).

 

La risposta dell’episcopato cileno, chiamato a confronto sul grave problema della pedofilia, si è concretizzata nel gesto coraggioso dei vescovi cileni, i quali hanno chiesto pubblicamente perdono e tutti hanno rassegnato le dimissioni. Era il passo necessario per un nuovo inizio. Lo Spirito ora indicherà la strada da percorrere affinché il volto del Signore torni a risplendere nella Chiesa.

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