I pummadora

Storia di un amore nel buccaccio

Un nuovo racconto di Alessandro Stella

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Mastru Ginu, quella macchia di ruggia sul bordo del buccaccio non la poteva proprio vedere. Le aveva buttato una para d’occhiate vrigognuse già all’alba, quando, con il sapore del café ancora alla vucca, aveva muzzicato il primo pummadoro della jornata per saggiarne consistenza e ducezza.

Curvo sul vacile pieno d’acqua e ortaggi rossi, continuava a guardare il buccaccio di vetro, individuando il colpevole di quella macchia marrò nel coperchio smangiato dall’umidità del catojo.

A Rosina glielo ripeteva ogni anno, come la nuvìna della Madonna:

«’St’annu cangiamu tutti i cuperchi di buccacci, puru i boni».

E, come sempre, la mugghieri si dimostrava rispostera e sparagnusa, ma saputa:

«Già spendimmu assai p’i pummadora e ‘a bumbula».

E, per rafforzare il concetto e tagliare ogni possibile replica dell’uomo, aggiungeva il ditto condiviso sin dai primi incontri, sessant’anni prima:

«Risparmia quandu ‘a gutti è china, cà quando vidi ‘u timpagnu, non servi ‘u sparagnu».

Mastru Ginu sapeva bene che quella ruggia, se non veniva eliminata, poteva rendere la filettatura difettosa e fare entrare l’acqua della bollitura nel buccaccio, con la conseguente perdita del contenuto, quindi lasciò per qualche minuto il lavaggio dei pummadori e si armò di lana d’acciaio per stricàre il vetro con le poche forze che aveva in quel corpo gracile e consumato dagli anni e dalla voce della mugghieri.

Strica di qua e strica di là, la macchia si fece sempre più ninna, finché non restò un piccolo puntino che gli occhi velati dell’anziano rivogiaiu non riuscirono a scorgere. Nonostante l’opposizione della donna a ogni operato del marito, considerato ormai inutile e dannoso per via di acciacchi ed età, il buccaccio finì nella cascetta insieme con gli altri, scrusciando a ogni movimento del contenitore di legno, urtato dalle tappine di mastru Ginu, la cui schina era sempre più ‘ncurvata e gli occhi sempre più pesanti. Un leggero calapinno lo colse appoggiato al bordo del vacile di plastica azzurra, ma la voce squillante di Rosina lo rivigghiò prontamente:

«Ginu! L’acqua!»

Il vacile, riempito dalla pompa di gomma, traboccava. Il liquido era finito pure sui piedi dell’uomo, senza però rivigghiarlo. L’unica sveglia per quelle orecchie toste era la voce sempre presente di Rosina.

I vocalizzi emessi dalla mugghieri l’avevano cumandatu sin dai primi incontri, anche quando, sessant’anni prima, la fimmina si era presentata, muta, alla putìcha in compagnia del padre per riparare un vecchio rivògio della fine del secolo. Rosina non gli aveva staccato gli occhi di dosso, tanto che Ginu aveva provato imbarazzo per quella sfrontatezza. Ma il rivogiaiu era di mente fina e aveva colto la palla al balzo per incontrare di nuovo quella figghiola scostumata ma bella e china come un’orba di ‘nduja:

«Tornati dumani», aveva risposto al padre della giovine, nonostante per quel lavoro fossero necessari un paio di minuti.

Il giorno appresso, la sola Rosina si presentò alla puticha coi dinàri contati e iniziò una contrattazione sul prezzo della riparazione che a Ginu non parìa vero. Alla fine, più per galanteria che per convinzione, il figghiolo cedette alle insistenze, ma rimase colpito dallo spirito pugnace e sparagnusu di quella fimmina esplosiva.

Per mesi fecero all’amore con gli occhi, dalla finestra della casa di lei, alla quale Ginu si rivolgeva alla chiusura della puticha, prima di ricogliersi, palpitante, nella palazzina di famiglia. Si lanciavano sguardi profondi come quelli visti al cinematografo, ogni tanto Ginu le mandava qualche ‘mbasciata sulla serietà del suo amore e sulle intenzioni serie assai, ma Rosina si manteneva forte e incorruttibile, fino a quando il giuvinotto non varcò la soglia di casa per chiedere la mano ai suppèssari. Da quel giorno i contatti non furono più visivi, anche se sempre accompagnati da due cugine dal musso ammalignato che dovevano vegliare sull’integrità della coppia fino allo sposalizio. Si maritarono prestando attenzione all’organizzazione di ogni particolare per evitare sprechi inutili, ma poi, messisi all’opera per riempire la palazzina di eredi, furono colti dal dubbio che il buon Dio, sempre generoso, avesse voluto riservare loro lo stesso metro: sparagnare su tutto, tranne sullo sparagno.

Ginu aprì l’occhi all’intrasatta e juntò per chiudere la pompa inarrestabile, mentre Rosina borbottava a bassa voce per non sprecare fiato prezioso da impiegare in quella lunga jornata di lavoro.

Passarono ore a selezionare i pummadora, a eliminare i piccoli occhi rancidi, a sciacquare ogni singolo pezzo, a preparare il vasilicò e a controllare uno a uno i buccacci e le buttigghie che sarebbero poi finiti nella marmitta a gugghìre per ore. Era un lavoro minuzioso: se fosse sfuggito un solo pummadoro ‘mpurrùto, si sarebbe mischiato agli altri, tutta la conserva sarebbe stata da jettàri e la fermentazione avrebbe provocato l’esplosione di buttigghi e buccacci. Per questo, ogni gesto di Ginu veniva ripetuto da Rosina, diffidente delle capacità visive dell’uomo, i cui occhi erano leggermente velati di cataratta e la mente era offuscata dagli anni galoppanti verso la fine della strata.

Tutto era stato controllato alla perfezione: su un quintale di pummadora maturi, erano riusciti a sparagnare novantacinque chili, solo cinque chili di spreco: un primato, mai successo da quando i buttigghi avevano preso il posto del concentrato siccato al sole, tant’è che la donna fu assalita dal dubbio che i controlli non fossero stati sufficientemente capillari e che la stortaggine del marito le avrebbe fatto perdere più dinàri del previsto. Ripassò, quindi, tutti i pummadora, singolarmente, girandoli e rigirandoli come fa un gioielliere con una pietra preziosa, arrivando così al tramonto con menzo lavoro ancora da svolgere. Mastru Ginu la osservava in disparte, rassegnato, su una piccola seggia di vimini che, ogni tanto, lo accompagnava tra le braccia di Morfeo, allontanato però bruscamente dai violenti cuvàli della donna.

Fecero otto carichi nella grossa marmitta annigricata dalla fiamma, finché non arrivarono a quella finale. Rosina raccolse l’ultimo mestolo di passata cercando con gli occhi arraggiàti un contenitore che permettesse di sparagnare quei duecento grammi di lavoro. Ginu, rimasto a sonnecchiare per tutto il tempo, si accorse della difficoltà della mugghieri e le venne in soccorso con l’ultimo buccaccio rimasto, il più piccolo della nidiata, quello che la matina aveva pulito e stricato con cura. Contravvenendo all’ordine della donna, lo chiuse con le poche forze rimaste e lo adagiò nascostamente con gli altri recipienti nella quaddàra che, dopo qualche minuto, cominciò a borbottare facendo scrusciare tra loro buccacci e buttigghi.

Il sole si era ormai curcato da un pezzo, l’umidità della notte era calata su ogni cosa, creando un leggero velo di rugiada che penetrava nelle ossa dell’anziano come lignu junchiato d’acqua.

Mastru Ginu restò sulla seggia appojato al bastone per osservare il fuoco con occhi spalancati. Gli succedeva sempre: passava le ore del jorno col calapinno continuo, mentre di notte parìa una civetta ‘ncazzusa. Rosina, invece, lupo famelico col sole, diventava crapa smarrita al calar delle tenebre. Ma un suono, tanto temuto, la rivigghiò come una campana a morto in un jorno di festa: dalla marmitta si avvertì un’esplosione soffocata, cui ne seguì un’altra, poi un’altra, fino a non contarne più. I due coniugi di avvicinarono al fuoco e scoperchiarono la quaddàra: l’acqua si era tinta di rosso, come una pozza di sangue che aveva inghiottito vittime innocenti. Le mani nei capelli, marito e mugghieri si sostennero a vicenda in quel momento di tragedia per il lavoro e i dinàri perduti. Restarono immobili, pietrificati e ciangiulini di fronte a quella marmitta muta e sanguinosa, finché l’acqua non si raffreddò e, vicini al sorgere del sole, con pazienza e rassegnazione iniziarono a raccogliere i cocci di vetro mischiati alla salsa, al vasilicò e alle pezze utilizzate per evitare scrusci e incrinature.

«Vintimila liri…» continuava a ripetere, ipnotizzata, Rosina, pensando al valore di quell’ultimo, deludente carrico.

Sfiniti e affranti, rovesciarono la marmitta per svuotarla dell’acqua rimasta, quando qualcosa rotolò sul porfido, arrestando il cammino alle tappine umide di Ginu. Le dimensioni, ridotte rispetto a tutti gli altri, non lasciarono dubbi: l’unico sopravvissuto alla tragedia era il buccacciu lavato dall’uomo e osteggiato con forza dalla mugghieri, la quale, accortasi del tutto, sentenziò con il consueto piglio, che lasciò il marito come un pistùne:

«U vidisti? A curpa è d’u buccacciu toi chi fici scrusciu! E poi ti l’avìa dittu, ma tu non mi senti mai: u prossimu annu cangiamu tutti i cuperchi, puru i boni!»

 

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Alessandro Stella
Alessandro Stella

Scrittore, ha pubblicato i romanzi “La donna di Susa” e “Il pianto del monachello” per Pellegrini editore. Collaboratore della testata Tropeaedintorni.it, è giornalista pubblicista iscritto all’albo professionale dell’Ordine dei giornalisti della Calabria nell’elenco pubblicisti.