I Redentoristi in Calabria /1

Primi contatti di S. Alfonso e dei Redentoristi con la Calabria

Studio di André Sampers, C.Ss.R, in Spicilegium Historicum 27 (1979) pp. 299-318

Elaborazione elettronica: P. Salvatore Brugnano (gennaio 2009)

André Marie Hubert Sampers
redentorista

6 giugno1915 – 25 dicembre 1998

Nato a L’Aia il 6 giugno 1915, fece la sua professione religiosa da redentosta il 9 settembre 1935 e fu ordinato sacerdote l’8 agosto 1940. Morì nel giorno di Natale, 25 dicembre 1998, a Nimega e fu sepolto nel cimitero del monastero di Nebo, vicino Nimega.

André Marie Hubert Sampers
André Sampers è stato uno studioso redentorista che sfuggiva ad ogni etichetta convenzionale. Infatti poche persone riuscivano a capire chi fosse o cosa pensasse: una situazione – niente affatto negativa – che si verificava anche nella partecipazione ai lavori per i quali era richiesto il suo contributo. Nei piccoli ambienti, invece, si trovava a suo agio e si sentiva come a casa.
André Sampers era plurilaureato: in storia della Chiesa, in filosofia tomistica e archivistica. Dal 1949 al 1985 ha lavorato a Roma come archivista generale della Congregazione Redentorista risultando il miglior conoscitore della storia redentorista. Inoltre, per trenta anni fu editore dello Spicilegium Historicum, rivista storica redentorista, nel quale egli pubblicava continuamente articoli di notevole livello.
Uomo di grande intelligenza e di energia, non restava mai inattivo. Per motivi di salute nel 1985 da Roma fece ritorno in Olanda, presso il vecchio monastero di Nebo vicino Nimega, dove si è spento nel giorno di Natale del 1998.


  1. L’amicizia di S. Alfonso con mons. Gennaro Fortunato
  2. Offerta di una fondazione a Mormanno
  3. Richiesta di missioni
  4. Prima campagna missionaria
  5. Seconda campagna missionaria
  6. NOTE

1. L’amicizia di S. Alfonso con mons. Gennaro Fortunato
Da una lettera di s. Alfonso de Liguori del 29 dicembre 1732, scritta quindi meno di due mesi dopo la fondazione della Congregazione dei Redentoristi (9 XI 1732) — detti allora «Padri del SS.mo Salvatore» —, sappiamo che già allora il vescovo di Cassano allo Ionio si era rivolto a lui per poter usufruire dell’opera dei padri nella sua diocesi. Purtroppo questa lettera di Alfonso a mons. Tommaso Falcoia, vescovo di Castellammare di Stabia negli anni 1730-1743, è andata perduta, ma fortunatamente il primo biografo del Santo, P. Antonio M. Tannoia, ce ne ha tramandato un brano. Dal quale risulta che i vescovi di Caiazzo, Cassano e Salerno desideravano avvalersi dell’opera apostolica del nuovo Istituto (1).

Prima di essere nominato nel 1729 vescovo di Cassano allo Ionio (2), mons. Gennaro Fortunato (1682-1751) era stato professore di teologia nel seminario arcivescovile di Napoli ed esaminatore sinodale (3). È quindi quanto mai probabile che sia stato in contatto con Alfonso, quando questi negli anni 1723-1726 si preparava al sacerdozio (4). Si conoscevano certamente negli anni successivi, essendo ambedue membri della stessa Congregazione delle Apostoliche Missioni (5) detta anche della Propaganda (6) (di Napoli). E, allorché Alfonso si trovò in difficoltà nei suoi rapporti con la direzione di detta Congregazione (7), ebbe in mons. Fortunato un ottimo consigliere (8). Tali contrasti erano sorti nel 1732, quando quest’ultimo era già da alcuni anni vescovo di Cassano. Sembra che Alfonso si consigliasse con lui anche a proposito della sua Congregazione, allorché stava per fondarla nello stesso anno, o poco dopo averla fondata (9).

Pare probabile che ci sia stato uno scambio di lettere tra loro in quegli anni, ma di tale corrispondenza nulla è stato conservato. Indubbiamente mons. Fortunato si sarà recato a Napoli di tanto in tanto, è in tal modo i due amici avranno avuto la possibilità di continuare il contatto personale (10).

Mons. Fortunato viene descritto come uomo di santa vita e pieno di zelo apostolico per il suo gregge (11). Non c’è quindi da meravigliarsi che, appena saputo che Alfonso era riuscito a fondare il suo Istituto, subito si rivolgesse a lui per ottenere un aiuto in favore dei fedeli della sua diocesi, scarsamente fornita di operai evangelici (12).

Mettendo insieme e comparando diversi dati forniti da varie fonti, sembra di poter concludere che mons. Fortunato non si limitò, alla fine del 1732, a chiedere ad Alfonso un aiuto temporaneo, cioè di mandare alcuni padri per qualche corso di predicazione, ma gli propose addirittura di realizzare nella sua diocesi una fondazione della nuova Congregazione (13).

Nella prima riga della sua lettera del 18 maggio 1748 ad Alfonso egli dice di aver nutrito sempre il desiderio di avere in diocesi una casa dell’Istituto (14). Non è il caso di dare troppo peso alla parola «sempre», ma il senso ovvio è certamente questo: dall’inizio dell’Istituto (15). Questa interpretazione si accorderebbe molto bene con un’affermazione di Alfonso, contenuta in una lettera del 9 febbraio 1733 a mons. Falcoia: «molte fondazioni ci si fanno avanti, ma siamo troppo pochi» (16).

La risposta di Alfonso a mons. Fortunato — orale o in iscritto — non la conosciamo. Forse fu inviata per mezzo di mons. Falcoia (17) che anche alcuni mesi più tardi manifestò ad Alfonso l’intenzione di voler scrivere al prelato (18). Certo è che dovevano passare ancora molti anni prima che la Congregazione cominciasse ad operare nella diocesi di Cassano (1756, quindi dopo la morte del vescovo); un periodo ancora più lungo doveva trascorrere prima che si potessero realizzare le prime fondazioni dell’Istituto in Calabria (1790; Catanzaro, Stilo e Tropea) (19).

2. Offerta di una fondazione a Mormanno
Dopo il 1732-1733 le fonti di cui disponiamo, per una quindicina di anni non forniscono notizie su eventuali contatti diretti tra Alfonso e mons. Fortunato, benché questi continuasse a nutrire il desiderio di ottenere una fondazione dei Redentoristi (20). Per quanto sappiamo, è solo nel 1748 che il vescovo si rivolse direttamente al Santo, avanzando «di bel nuovo» la proposta di effettuare una fondazione nella sua diocesi, cioè a Mormanno.

In una lettera del 18 maggio di quell’anno il vescovo proponeva tale fondazione su una base abbastanza concreta, specificando i fondi e le rendite a disposizione dei padri per il loro mantenimento (21). Esprimeva inoltre la ferma speranza che non sarebbero loro mancate donazioni assai consistenti, una volta che i diocesani benestanti avessero visto con i propri occhi il frutto salutare dell’opera dei padri. Questi avrebbero dovuto dedicarsi — in assoluta conformità con lo scopo specifico della Congregazione — alle missioni al popolo ed agli esercizi spirituali per il clero.

Anche se la risposta di Alfonso ci è ancora una volta sconosciuta (22), dalla reazione di mons. Fortunato dell’8 giugno appare chiaramente che non fu favorevole (23). Alfonso aveva osservato che la fondazione per ora non era possibile, allegando probabilmente la mancanza di personale (24). Tuttavia egli intendeva lasciare aperta la possibilità di realizzare il progetto in seguito, forse fra una decina di anni. Ma tale prospettiva era di ben scarso conforto al vescovo, già avanzato di età e malaticcio (25).

Inoltre Alfonso aveva espresso la sua perplessità per la «tenuità delle rendite», giudicate insufficienti a garantire la fondazione proposta. Su questo punto mons. Fortunato si prese la libertà di dare una lezione amichevole al Santo, richiamandogli alla memoria le parole dello stesso Signore (Lc X 4 e XXII 35): dobbiamo confidare fermamente in Dio, la cui provvidenza non farà mancare il necessario a coloro che faticano per la sua gloria, e non nella «maledetta soverchia providenza umana, che languidisce lo spirito dei religiosi».

Il vescovo cercava di confutare anche alcune altre difficoltà mosse da Alfonso contro la fondazione: Mormanno era luogo «di ottima aria per esser situata sopra dei monti» (26). Se in realtà l’inverno vi era rigido, ciò non avrebbe molestato i padri, che in quella stagione si sarebbero trovati altrove, occupati a dare missioni. Secondo mons. Fortunato neppure il necessario consenso del re per la nuova fondazione avrebbe comportato serie difficoltà: il governo era perfettamente al corrente della penuria di buoni missionari di cui soffriva la Calabria, e quindi ben disposto ad appoggiare eventuali provvedimenti atti a rimediare a tale insufficienza.

Non sappiamo se e cosa Alfonso rispose alla seconda lettera del vescovo, né se questi insistette ulteriormente. In ogni caso, allorché alcuni anni più tardi, il 18 agosto 1751, mons. Fortunato morì a Castrovillari (27), non era stato ancora accontentato dal Santo.

3. Richiesta di missioni
Da una lettera di Alfonso al p. Francesco Margotta, procuratore generale della sua Congregazione, apprendiamo che nell’estate del 1753 fu avanzata una richiesta di missioni da predicare in Calabria (28). Questa volta l’iniziativa sembra sia stata presa da Carmine Ventapane, professore di medicina a Napoli, amico di Margotta (29). Ventapane era nativo di Maratea, località posta sul Tirreno, appartenente alla diocesi di Cassano. Da questa circostanza deduciamo che le missioni erano state richieste — almeno in primo luogo — per la diocesi di Cassano. Il vescovo, che secondo Alfonso doveva cercare di ottenere dal governo un sussidio per il mantenimento dei missionari, sarebbe allora il successore di mons. Fortunato, cioè mons. Giovanni Batt. Miceli (30).

Ma la scarsità di personale — espressamente rilevata da Alfonso nella sopraccitata lettera — impedì anche nel 1753 ai Redentoristi di allargare il loro campo d’attività alla Calabria (31). E nemmeno nei prossimi due anni si riuscì a sistemare la faccenda, che era infatti di natura alquanto complicata.

4. Prima campagna missionaria (1756-1757)
Benché la Congregazione fosse impegnata in un’intensa attività missionaria altrove (32), per esempio nel Beneventano (33), nella penisola Amalfitana (34) e in Basilicata (35), nella prima metà di novembre del 1756 Alfonso riuscì finalmente a spedire, «con sommo suo compiacimento, un grosso distaccamento de’ suoi operai» in Calabria (36). Non conosciamo esattamente la consistenza del gruppo, e soltanto di tre padri ci sono noti i nomi (37): il superiore Lorenzo d’Antonio (38), Francesco Pentimalli (39) e il giovane Pietro Paolo Blasucci (40). Dato che le fonti non parlano di altri componenti del gruppo (41) — ripetutamente, invece, viene detto che erano pochi (42) — ci si domanda se Tannoia non esagera parlando di «un grosso distaccamento».

Benché le fonti non abbondino nei dettagli, possiamo seguire per sommi capi l’andamento delle missioni nella diocesi di Cassano negli anni 1756-1757. «A prima giunta si predicò la penitenza in Maratea, patria del Ventapane » (43). Poi i padri passarono a Cassano, quindi ad Aieta, ove forse la missione, che si tenne nel mese di dicembre del 1756, durò fino all’inizio di gennaio del 1757 (44). La quarta missione fu predicata a Mormanno, probabilmente dal 5 al 22 gennaio. Su questa siamo un po’ meglio informati, grazie alla ‘Storia della vocazione’ del suddiacono Bonifacio Galtieri, che decise di entrare nella Congregazione durante la missione (45). In una lettera scritta ad Alfonso l’8 gennaio i padri d’Antonio e Blasucci parlano di possibili vocazioni, lodano clero e popolo, e si mostrano ben contenti del frutto delle loro fatiche (46).

Da Mormanno i padri andarono a Scalea (47), Castelluccia, Tortora, e forse anche in altre località non menzionate nelle fonti. Finite le missioni ritornarono — probabilmente dopo Pasqua (10 IV) — sui loro passi. Furono nuovamente nei paesi che avevano recentemente evangelizzati, per tenervi alcune prediche di rinnovamento di spirito, secondo l’antica usanza della Congregazione (48), volte a rassodare i risultati delle missioni (49)

L’8 giugno i padri rientrarono a Pagani (50), «cantando e portando i propri covoni» (Ps. 125,6); infatti, il Signore aveva benedetto largamente le loro fatiche, cosa di cui il santo fondatore oltremodo si rallegrava. «Consolavasi Alfonso vedendo pescare in alto mare la sua picciola navicella, e ritrarre de’ pesci in quantità e nelle qualità eccellenti» (51).

Al ritorno i missionari erano accompagnati dal summenzionato suddiacono Galtieri, che si era associato a loro in gennaio a Mormanno, ed aveva prestato d’allora in poi l’aiuto «confacente alla mia capacità», come egli stesso si esprime (52). Inoltre due altri aspiranti si erano aggregati alla comitiva: il chierico Nicola Greco, anche lui di Mormanno, e il giovane Vitantonio Papa di Aieta (53).

Tannoia ci assicura che lo strepitoso successo delle missioni in Calabria provocò molte lettere di ringraziamento e di invito a ritornare: «Non così furono gíonti [i missionari] in Nocera, che affollato [Alfonso] si vide, con doppia consolazione, dalle replicate lettere di ringraziamento e dalle tante suppliche de’ poveri Calabresi, che abbandonati e famelici, cercavano e non avevano il pane evangelico » (54).

Di tutte queste lettere soltanto una è giunta sino a noi, cioè quella del principe della Rocca, Giovanni Batt. Filomarino, che porta la data di Napoli, 21 luglio 1757 (55). È una testimonianza quanto mai eloquente dell’alta stima per il lavoro apostolico svolto dalla Congregazione. Purtroppo le risposte di Alfonso non ci sono note (56). Sappiamo comunque che, commosso dalle insistenti richieste, nell’autunno dello stesso anno mandò di nuovo un gruppo di suoi figli in Calabria.

5. Seconda campagna missionaria (1757-1758)
Neanche questa volta conosciamo esattamente la consistenza del gruppo dei missionari. Come nel caso della spedizione precedente, solo di tre ci sono conosciuti i nomi (57): i padri d’Antonio, quale superiore, e Pentimalli (58), che potevano valersi dell’esperienza acquistata l’anno precedente (59), e il giovane p. Pasquale Caprioli (60). Quest’ultimo dice lui stesso di avervi partecipato nelle deposizioni rilasciate durante il processo di beatificazione di Alfonso, aggiungendo alcune interessanti notizie su certi provvedimenti presi dal fondatore prima della partenza dei missionari. Da queste disposizioni appare chiaramente che Alfonso considerava il lavoro apostolico dei suoi nella lontana (61) Calabria come un avvenimento di particolare importanza.
Nel 1788 Caprioli depose tra l’altro: «Andando io con altri compagni nelle missioni delle due Calabrie (62), dimostrò [ Alfonso] tanto piacere che si andava a predicare in quelle parti, dove non ancora ci eravamo andati (63), che nella mattina della partenza non solo ci benedisse egli, ma ci fece benedire ancora colla s. pisside» (64). E nel 1797 fece menzione di un altro interessante dettaglio, che illustra la particolare sollecitudine di Alfonso: «Diede ordine ai superiori [ = al superiore] delle missioni, specialmente in quell’anno che io fui in Calabria con compagni a missionare, che non ci avesse fatto fare la barba perché giovani, se non che in fine della missione, e tutto per timore di mettere in pericolo la s. castità» (65).
Sull’andamento delle missioni durante questa seconda spedizione in Calabria siamo ancora meno informati che su quelle predicate nel 1756-1757. L’unica fonte della quale disponiamo, è la biografia di Alfonso scritta dal p. Tannoia (66).
Questi c’informa che i missionari partirono da Pagani nel novembre del 1757 (67). Dei luoghi evangelizzati dà la seguente enumerazione: «Erano stati consolati a prima giunta colle s. missioni Vig[g]ianello, Ossomarzo [ = Orsomarso ] , Cepollina, Verbicaro e S. Domenica (68). In quaresima essendosi ripassati colle rinnovazioni di spirito i medesimi luoghi, si erano fatte le missioni in Saracena, in Civita, S. Basile, Lungri e Fermo [ = Firmo], tutti Albanesi di rito greco. Nell’Aprile (69), volendosi compiacere il principe della Rocca, erano stati in Cutro, Policastro, Cotronei e Rocca Bernarda, feudi del principe nella Calabria Ultra (70). Ed essendosi fatte anche in questi luoghi le rinnovazioni di spirito, si era passato nella terra di S. Giovanni in Fiore, commenda del figlio del principe (71), in diocesi di Cosenza » (72).
Il successo delle missioni — sempre secondo il Tannoia — fu grandissimo, e la partecipazione fu dappertutto universale, non di rado anche con notevoli sacrifizi personali. «In tanti luoghi, le donne specialmente, si nascondevano di notte dietro i confessionali e negli angoli delle chiese, per esser le prime di mattina a potersi confessare. Tante giunsero a stare due giorni digiune o portavansi con se un tozzo di pane. [… ] Esuberante fu il frutto in tutte queste missioni. Offese rimesse, e strepitose; restituzioni non leggiere; scandali gravi detestati; Baroni ed Università pacificate. Oltre di questo, riconciliati si videro colla Chiesa e con Gesù Cristo tanti pubblici miscredenti anche tra preti, che, rimessi, si resero a tutti di edificazione » (73).
Purtroppo Tannoia dà soltanto pochissimi dettagli per documentare le suddette affermazioni generali. Ce ne ha forniti due: uno per la missione di Saracena, l’altro per quella predicata a Policastro.
A Saracena il popolo portò via la scala del pulpito per impedire che il quaresimalista predicasse la sera, durante la missione (74). In Policastro accadde un caso, definito «troppo lugubre» dalla nostra fonte. Diventata pubblica la condotta scandalosa di alcune persone, mentre la missione era in corso, i padri minacciarono di partire, con il risultato che tutta la popolazione s’impegnò a dar riparo allo scandalo. «I due uomini, confusi e pentiti, ma carichi di funi e con corone di spine in testa, vennero portati, accompagnati da’ preti e dal popolo, disciplinandosi e cercando scusa, per tutto il paese. Questo spettacolo infervorò la missione». Cosa che s’intende facilmente! Anche le donne implicate nella vicenda, dopo essere state carcerate in un primo momento, diedero pubblicamente segni di vero pentimento ed autentica conversione (75).
Non fa meraviglia che, in tale clima di soddisfazione e perfino di entusiasmo per l’opera svolta dai missionari, autorità e popolo volessero trattenerli per poter beneficiare della loro opera anche in seguito. Di conseguenza furono offerte diverse fondazioni, e sembra che s’incominciasse a prendere contatti a Napoli in vista del consenso governativo. Anche qui l’unica fonte per ora a disposizione è il Tannoia, della cui narrazione quindi non abbiamo potuto verificare l’attendibilità con altri documenti contemporanei. Comunque, se anche la prima frase del suo paragrafo sulle case offerte in Calabria è chiaramente retorica, tutto ciò che segue può essere accettato come conforme alla verità storica.
«Se la Corte non fosse stata restia, le Calabrie ripiene si vedrebbero delle nostre case. In Mormanno (76), che non fecero per farci stabilire nel soppresso convento de’ Coloriti (77). Quei di Cutro e Policastro destinarono persona in Napoli per ottenersi il reale beneplacito. Il principe della Rocca ne fu così invogliato, che contentavasi dimezzare la rendita della commenda del figlio, per vederci stabiliti in S. Giovanni in Fiore» (78).
Anche la seconda spedizione missionaria si protrasse per sette mesi. I padri ritornarono nel mese di giugno del 1758, con grande consolazione di Alfonso «in vederli tutti sani e carichi di varie prede fatte all’inferno» (79).

Non sembra che nei quattro anni seguenti i Redentoristi siano tornati in Calabria per predicarvi missioni (80). Ma nel periodo 1763-1765 vi svolsero un lavoro apostolico piuttosto intenso. Di questo ci occuperemo in un prossimo articolo.

6. NOTE

(1) [A. TANNOIA], Della vita ed istituto del ven. Servo di Dio Alfonso M. Liguori, vol. I, Napoli 1798, 85 (lib. II, cap. I, alla fine). Il brano è stato riprodotto, arricchito di alcune note, in Spic. hist. 25 (1977) 288-289.
(2) Cf. R. RITZLER – P. SEPRIN, Hierarchia catholica medii et recentioris aevi, vol. V (1667-1730), Padova 1952, 147.
(3) G. SPARANO, Memorie istoriche per illustrare gli atti della S. Napoletana Chiesa e gli atti della Congregazione delle Appostoliche Missioni eretta nel Duomo della medesima, vol. II, Napoli 1768, 299-300; R. DE MAIO, Società e vita religiosa a Napoli nell’età moderna, 1656-1799, [Napoli 1971], 72.
(4) Sugli studi teologici fatti da Alfonso come ‘seminarista esterno’ vedi D. CAPONE in Sant’Alfonso de Liguori; contributi bio-bibliografici, [Brescia 1940], 167-175; R. TELLERIA, San Alfonso M. de Ligorio, vol. I, Madrid 1950, 101-104.
(5) Alfonso fece il suo noviziato nell’anno 1724-1725, e fu ricevuto come membro il 1° ottobre 1725, in seguito alla decisione favorevole della direzione presa il 17 settembre precedente. R. TELLERIA in Spic. hist. 8 (1960) 411-415. Mons. Fortunato era stato aggregato 1’11 dicembre 1713; SPARANO, op. cit. I 300.
(6) Cf. J. METZLER, Das erste Weltpriesterinstitut im Dienste der Propaganda, in Neue Zeitschrift für Missionswissenschaft (Beckenried, Schweiz) 17 (1961) 161-174.
(7) Su queste difficoltà, connesse con il ruolo di Alfonso come fondatore di un nuovo istituto missionario, cf. TELLERIA, art. cit. 437-439.
(8) T. FALCOIA, Lettere a s. Alfonso, Ripa, Sportelli, Crostarosa, ed. O. Gregorio, [Roma 1963], 113. Lettera del 26 novembre 1732 scritta ad Alfonso, nella quale Faicoia dice di «aderire ai sentimenti del prudentissimo mons. Fortunato». Cf. TELLERIA, S. Alfonso I 202.
(9) Da un manoscritto autografo di Alfonso con appunti circa l’organizzazione (Regole e Costituzioni) del nuovo Istituto, della fine del 1732 o dell’inizio del 1733, appare che mons. Fortunato aveva dato il suo parere su come assicurare una base finanziaria alla Congregazione. Il documento è stato pubblicato in Spic. hist. 16 (1968) 436-438; il consiglio di mons. Fortunato a p. 437 (Limosine).
(10) TELLERIA, S. Alfonso I 202 afferma senz’altro che Alfonso s’incontrò con mons. Fortunato a Napoli nel novembre-dicembre 1732, quando il Santo era nella capitale per la missione all’Annunziata. Cf. Spic. hist. 23 (1975) 35, nota 42.
(11) Fr. KuNTZ, Commentaria de vita D. Alphonsi et de rebus Congr. SS. Red. VI 11. Manoscritto cons. nell’archivio generale dei Redentoristi, Roma (d’ora in poi: AGR). Diverse notizie sulla vita e sull’opera svolta da mons. Fortunato nella diocesi di Cassano vengono date in F. Russo, Storia della diocesi di Cassano al Jonio, vol. III, Napoli [1968], 127-132.
(12) Durante tutto il tempo che mons. Fortunato fu vescovo di Cassano (1729-1751), operava nella diocesi, come catechista e missionario, il ven. Mariano Arciero (1707-1788). Cf. [A. Scorri], Vita del ven. Servo di Dio D. Mariano Arciero, Napoli 1830 e 21838. La seconda edizione del libro è dedicata al Redentorista mons. Celestino Cocle.
(13) Lo affermano Kunrz, Commentaria III 260, V 423, VI 11; TELLERIA, S. Alfonso I 602; GREGORIO in Spicilegium 16 (1968) 437, nota 3.
(14) Questa lettera si pubblica infra, Doc. 1.
(15) La parola «sempre» non può avere il senso: dall’inizio del mio episcopato. Nel 1729 Alfonso non aveva ancora fondata la sua Congregazione.
(16) TANNOIA, op. cit. I 85. Il brano è stato riprodotto in Spic. hist. 25 (1977) 289. Anche da una lettera scritta qualche mese più tardi dal ven. Gennaro Sarnelli ad Alfonso segue che alcuni vescovi avevano chiesto una fondazione. Il documento del 9 luglio 1733 si trova al n° 1 in una raccolta di lettere autografe del Sarnelli, conservata nella postulazione generale dei Redentoristi.
(17) Fino alla sua morte (20 IV 1743) mons. Falcoia tenne la direzione suprema del nuovo Istituto in qualità di ‘Direttore dell’Opera’. Ammetteva i nuovi membri, designava i superiori, regolava l’attività apostolica ed aveva l’ultima parola anche quando si trattava di accettare e di sopprimere fondazioni. M. DE MEULEMEESTER, Origines de la Congrégation du Très Saint Rédempteur, vol. I, Louvain 1953, 71-76.
(18) FALCOIA, Lettere 154. Lettera del 3 giugno 1733.303
(19) Ci proponiamo di illustrare in altra sede la storia della fondazione di queste case, assai significativa anche per meglio comprendere la politica ecclesiastica del governo borbonico.
(20) Tanto si rileva dal poscritto di una lettera del ven. Gennaro Sarnelli al p. Giovanni Mazzini, scritta intorno al 1740: «Monsig. Fortunato, vescovo di Cassano, che tanto desidera la fondazione, sta male. Preghino per lui. Lo dica al P. Rettore»; cioè ad Alfonso, allora rettore della casa di Ciorani. Il documento si trova al n° 32 nella raccolta menzionata supra, n. 16.
(21) La lettera originale, scritta però da altra mano, si conserva in AGR I D 35, 14. Si pubblica infra, Doc. 1.
(22) Ringrazio sentitamente mons. Giuseppe Campana, archivista della curia di Cassano, per le diligenti ricerche fatte nell’aprile 1979, purtroppo rimaste infruttuose.
(23) La lettera originale, scritta però da altra mano, si conserva in AGR I D 35, 15. Si pubblica infra, Doc. 2.
(24) Nella primavera del 1748 vi era nella Congregazione appena una ventina di sacerdoti professi. Le case erano quattro: Ciorani (fond. 1735), Nocera de’ Pagani (fond. 1742), Deliceto (fond. 1744), Caposele (fond. 1746). Il lavoro della predicazione di missioni e di esercizi spirituali era piuttosto intenso.
(25) Nella lettera del 18 maggio 1748 mons. Fortunato dice di « ritrovarsi vicino al sepolcro ».
(26) G. ALFANO, Istorica descrizione del Regno di Napoli, Napoli 1795, 85 dice invece che Mormanno è «d’aria cattiva».
(27) Il 18 agosto 1751 è la data dell’epitaffio nella cattedrale di Cassano, riprodotto in Russo, op. cit. III 131. L’iscrizione del ritratto di mons. Fortunato, conservato nella sagrestia del duomo, porta invece la data: «X Kal. Septembris an. 1751», cioè il 23 agosto; ibid. 132. RITZLER-SEFRIN, op. Cit. V 147 dà come giorno del decesso il 17 agosto (ex ASV, Proc. Episc. Datariae Apostolicae).
(28) ALFONSO M. de LIGUORI, Lettere, vol. I, Roma [1887], 232. Cf. TELLERIA, S. Alfonso 1602-603.
(29) Su Ventapane non abbiamo altre notizie oltre a quelle tramandate da TANNOIA, op. cit. 1272 e 277. Riferendosi al Ventapane, Alfonso non lo nomina esplicitamente, ma lo chiama l’Amico»; Lettere I 232. Sembra che questo sia stato anche l’uso più generale nella Congregazione; cf. ad es. la lettera pubbl. infra, Doc. 3. Forse in tal modo si voleva sottolineare che Ventapane era considerato l’amico par excellence. Infatti era un esimio benefattore dell’Istituto.
(30) Alcune notizie biografiche su mons. Miceli (1698-1763) in RITZLER-SEFRIN, op. cit. vol. VI (1730-1799), Padova 1958, 152; anche in Russo, op. cit. III 132-137.
(31) Tuttavia la situazione nella Congregazione sotto l’aspetto numerico era molto migliorata rispetto a quella del 1748 (vedi sopra, la nota 24). Cf. Fr. MINERVINO, Catalogo dei Redentoristi d’Italia, 1732-1841, e dei Redentoristi delle Provincie meridionali d’Italia, 1841-1869 (Bibliotheca Historica CSSR VIII), Roma 1978, 340.
(32) Nella lettera del 29 novembre (forse ottobre) 1756 al p. Gaspare Caione Alfonso dice: «Specialmente in questo anno, colle missioni di Calabria, sto con tali appletti che mi sento affannato. E bisognerà che esca io ancora, mezzo malato come sto». ALFONSO de LIGUORI, Lettere I 364. Il brano surriferito è stato corretto sull’originale cons. in AGR, SAM III 123.
(33) Vedi la «Nota delle Missioni» del p. Biagio Amarante, ed. da O. Gregprio in Spic hist. 8 (1960) 335-336.
(34) Nel novembre 1756 si tenne una missione generale ad Amalfi, diretta dallo stesso Alfonso. TANNOIA, op. cit. 1273-274; cf. TELLERIA, S. Alfonso I 598, nota 12.
(35) Nei mesi di dicembre 1756 – gennaio 1757 si tennero missioni ad Avigliano e a Potenza. Vedi KUNTZ, Commentaria V 426-427 e 441-442.
(36) TANNOIA, op. cit. I 272.
(37) I nomi sono menzionati in una lettera scritta da Mormanno 1’8 gennaio 1757, che si pubblica infra, Doc. 3.
(38) Il p. d’Antonio (1711-1769) aveva fatto la professione religiosa nel 1744. Vedi MINERVINo, op. cit. 47 e Spic. hist. 2 (1954) 244, n. 34.
(39) Il p. Pentimalli (1714-1761) aveva fatto la professione religiosa nel 1751. Vedi MINERVINO, op. cit. 138 e Spic. hist. 5 (1957) 83, n. 17.
(40) Il p. Blasucci (1729-1817) aveva fatto la professione religiosa nel 1753 e l’anno seguente era stato ordinato sacerdote. Vedi MINERVINO, op. cit. 26 e Spic. hist. 2 (1954) 239, n. 12.
(41) TELLERIA, S. Alfonso I 603 è d’opinione che anche il p. Pasquale Caprioli partecipò alla prima spedizione missionaria dei Redentoristi in Calabria. Ma questo è da escludere in base alle notizie fornite dallo stesso p. Caprioli nel suo diario, cons. in AGR XXXVIII B 23. Sulla penultima pagina del quaderno, che comincia nel novembre del 1749 e finisce con una notizia del 12 ottobre 1757, Caprioli annota: « Da’ 25 di Gennaio [prima era scritto: Febrajo] 1757 perfino al mese di Maggio sono stato nelle missioni della Puglia, e poi mi ritirai in Iliceto nel mese di Giugno ». Proprio nello stesso tempo finirono le missioni in Calabria (maggio 1757) e ritornarono i padri a Pagani (giugno), come vedremo in seguito.
(42) Infra, Doc. 3.
(43) TANNOIA, op. cit. I 272.
(44) L’autografa ‘Storia della vocazione’ (Curriculum vitae) del novizio Vitantonio Papa, nativo di Aieta, scritta nel 1758, comincia così: «Nell’anno del Sig. 1756, nel mese di Decembre, mandò Iddio la missione nel mio paese». AGR XXXIX 135. – TANNOIA, op. cit. I 272 pone Aieta per ultimo nell’elenco dei luoghi missionati. KUNTZ, Commentaria V 426 e 440 suppone che la missione sia stata protratta fino all’inizio di gennaio.
(45) AGR XXXVIII B 69. Galtieri dice (p.8) che il 5 gennaio fu il giorno, in cui sentì sbocciare la sua vocazione, e che i padri partirono «al giorno o alla vigilia di Maria SS., a’ 23 Gennaro, che è dedicato al di lei sposalizio ». Da queste date possiamo dedurre con una certa approssimazione il giorno dell’inizio e della chiusura della missione. Galtieri non dà notizie sullo svolgimento e sui risultati della medesima.
(46) La lettera originale è conservata in AGR XXXVIII B 5. Si pubblica infra, Doc. 3.
(47) Nel poscritto alla lettera dell’8 gennaio 1757, p. d’Antonio dice che da Mormanno sarebbero andati a Scalea. Vedi infra, Doc. 3.
(48) Cf. O. GREGORIO, Saggio storico intorno alla ‘Rinnovazione di spirito’, in Spic. hist. 15 (1967) 126-133.
(49) Nella precitata lettera (nota 46) dell’8 gennaio 1757 p. d’Antonio parla di queste rinnovazioni, da fare dopo le missioni. TANNOIA, op. cit. I 272 dice che furono tenute «in ogni paese». Il novizio Vitantonio Papa racconta nella sua ‘Storia della vocazione’ che, dopo aver vinto certe tentazioni, «giunsi dove stavano li nostri Padri, che facevano rinnovazione di spirito». AGR XXXIX 135 (p. 8).
(50) AGR XXXVIII B 69 (p. 8). TANNOIA, op. cit. I 277 è meno preciso: «Verso la fine di Maggio ritornarono i nostri dalle Calabrie».
(51) TANNOIA, op. cit. I 277.
(52) AGR XXXVIII B 69 (p. 7).
(53) Furono ammessi tutti e tre al noviziato il 17 luglio 1757, e fecero la professione il 16 luglio dell’anno seguente. Più tardi uscirono tutti dalla Congregazione. AGR, Catalogo I, fa 21v. Cf. MINERVINO, op. cit. 82 (Galtieri), 91 (Greco), 134 (Papa).
(54) TANNOIA, op. Cit. I 277.
(55) Si pubblica infra, Doc. 4.
(56) In fondo della lettera del principe Filomarino Alfonso ha scritto la sua firma: «Umil.mo div.mo ed obbl.mo serv.re vero – Alfonso de Liguori della C. del SS. Red.re ». Pensiamo che questa sia la firma posta sotto la risposta al principe.
(57) Il fatto che di tutte e due le spedizioni tre componenti sono conosciuti, ci induce a pensare che ad ambedue abbiano partecipato soltanto tre padri. Ci sembra che il lavoro svolto, per quanto a noi noto, si poteva sbrigare benissimo da tre valenti missionari. Per le confessioni si valsero dell’aiuto del clero locale; vedi infra, Doc. 3.
Crediamo anche che qualche fratello laico — almeno uno, ma forse due o tre — abbia accompagnato i padri in ambedue le spedizioni. E questo non solo per sbrigare le faccende domestiche e materiali, ma pure per prestare aiuto nel lavoro apostolico stesso, come era solito farsi nelle missioni più impegnative tenute dai Redentoristi nel Settecento.
(58) Dalla ‘Storia della vocazione’ (Curriculum vitae) del novizio Angelo Maione appare che il p. d’Antonio era superiore della missione e che aveva per compagno il p. Pentimalli. Il documento, scritto dallo stesso Maione il 17 maggio 1758 a Deliceto, si conserva in AGR XXXIX 100.
(59) Non molto dopo il ritorno dalla Calabria il p. Blasucci era stato nominato prefetto e lettore di filosofia degli studenti redentoristi a Ciorani. Cf. S. GIammusso, I Redentoristi in Sicilia, Palermo 1960, 14; KUNTZ, Commentaria VI 54.
(60) II p. Caprioli (1728-1813) aveva fatto la professione religiosa nel 1751. Vedi MINERVINO, op. cit. 32 e Spic. hist. 9 (1961) 322, n. 4.
(61) Nella sopraccitata lettera (nota 28) del 2 settembre 1753 Alfonso dice che «si tratta di sette a otto giornate di viaggio». TANNOIA, op. cit. I 277 parla di «luoghi così remoti».
(62) Le provincie di Calabria Citra, oggi di Cosenza, e di Calabria Ultra, che comprendeva le attuali provincie di Catanzaro e di Reggio Calabria.
(63) P. Caprioli si scorda della prima spedizione in Calabria, fatta nel 1756.
(64) Processo ordinario celebrato a Nocera de’ Pagani, Copia pubblica, vol. IV, fo 1929rv. Deposizione del p. Caprioli, teste 35, fatta il 29 luglio 1788. Anche TANNOIA, op. cit. I 277 pone la solenne benedizione all’inizio della seconda spedizione in Calabria, cioè nel mese di novembre del 1757. TELLERIA, S. Alfonso I 603 la pone invece all’inizio della prima, cioè nel novembre del 1756.
(65) Processo apostolico celebrato a Nocera de’ Pagani, Copia pubblica, vol. II, fo 814v. Deposizione del p. Caprioli, teste 9, fatta il 26 giugno 1797. TELERIA, S. Alfonso I 603 sembra supporre che Alfonso abbia adottato tale provvedimento proprio per proteggere i giovani che andarono in Calabria, «sin duda porque con fundamento o por prejuicio recelaba de las pasiones fogosas del país que debìan evangelizar».
(66) Le relative notizie riportate da Kuntz, Commentaria VI 10-11, 34-35, 40-41, 52-54, e da TELLERIA, S. Alfonso I 605-606 sono tutte prese da TANNOIA.
(67) TANNOIA, Op. Cit. I 277.
(68) Il sac. Angelo Maione racconta nella ‘Storia della vocazione’ (vedi supra, n. 58) che nel mese di dicembre del 1757 i missionari giunsero a Santa Domenica. Dopo aver udito alcune prediche, decise di entrare nella Congregazione. Sulla raccomandazione del p. d’Antonio fu ammesso da Alfonso. Notizie biografiche su Maione in MINERVINo, op. cit. 106, e in Spic. hist. 2 (1954) 258, n. 98.
(69) Cioè dopo Pasqua, festa che nel 1758 cadeva il 26 marzo.
(70) Questi luoghi erano situati nell’arcidiocesi di Santa Severina.
(71) Vedi infra, le note 26 e 27 ai documenti.
(72) TANNOIA, op. Cit. I 285.
(73) Ibid. 286.
(74) Ibid. 285-286.
(75) Ibid. 286.
(76) Come abbiamo visto sopra, già nel 1748 mons. Fortunato aveva offerto ad Alfonso una fondazione a Mormanno.
(77) Si tratta degli eremiti agostiniani (di Santa Maria) di Colloreto. Erano così denominati dal poggio vicino a Morano Calabro, ove all’incirca del 1540 fu fondato il loro primo convento. Furono soppressi da Benedetto XIV verso il 1750. Vedi F. Russo, s.v. in Dizionario degli istituti di perfezione III (1976) 1221-1222.
(78) TANNOIA, op. cit. I 286.
(79) Ibid. 285.
(80) Nel 1761 alcuni padri diretti ad Agrigento per una nuova fondazione, predicarono più volte durante la loro forzata sosta a Sant’Eufemia d’Aspromonte. Cf. GIAMMUSSO, op. cit., 25-28.

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