Il dolore, la domanda, la forza della fede

Rubrica quotidiana a cura di P. Salvatore Brugnano

Storie belle… per vivere meglio

Il dolore, la domanda, la forza della fede.

233a-funeraliAi funerali delle vittime del terremoto (versante marchigiano), ieri 27 agosto, mons. D’Ercole, vescovo di Ascoli Piceno, ha pronunciato una bellissima omelia con messaggi a 360 gradi, che si possono riassumere in tre passaggi: 1. “Il terremoto può strapparci tutto eccetto l’umile coraggio della fede (le “solite cose” ci salveranno). 2. “E adesso, Signore, che si fa?” (il coraggio di una difficile ripresa). 3. “Dialogare con la natura e non provocarla indebitamente”, ma vivere in armonia col creato.

1. “Vescovo, non ci ripetere parole di circostanza, le solite cose di voi preti”.
Così ha cominciato monsignor Giovanni D’Ercole la sua omelia per le esequie celebrate nella palestra adiacente all’ospedale “Mazzoni” di Ascoli: “Ci sta anche che in queste giornate così drammatiche qualcuno direttamente o nei social mi dica questo, nel momento in cui le parole inciampano. Anzi, ditemelo, fratelli e figli miei! Diciamoglielo tutti assieme a Gesù Cristo: ‘Signore sono le solite cose. Qui abbiamo perso tutto o quasi e tu dove stai?’
Apparentemente non c’è risposta. Eppure, cari amici, se guardate appena sotto le lacrime, nessuno più di noi può testimoniare che il terremoto, come la malattia il dolore e la morte, possono strapparci tutto eccetto l’umile coraggio della fede”. Le “solite-cose”, ha spiegato mons. D’Ercole, “possono essere la scialuppa di salvataggio per non affogare nella disperazione e mai come ora possono ridare luce alla nostra speranza. Senza questa sorgente di speranza che è la fede, saremmo sul lastrico della miseria più nera”.
E verso la fine dell’omelia, dopo aver citato un episodio del Don Camillo di Guareschi, ha ricordato che “le torri campanarie, che hanno dettato i ritmi dei giorni e delle stagioni, sono crollate, non suonano più” ma “sotto le macerie, c’è qualcosa che ci dice che le nostre campane torneranno a suonare, ritroveranno il suono del mattino di Pasqua”.

2. “E adesso, Signore, che si fa?”
“Cari amici, mi rivolgo soprattutto a voi che siete diventati la mia famiglia. ‘E adesso, vescovo, che si fa?’
Quante volte in questi giorni, amici miei, mi son sentito ripetere questa domanda. Dai familiari delle vittime; da chi si ritrova senza famiglia e senza casa; dai giornalisti in cerca di notizie; dai parenti e dagli amici nell’obitorio fra le salme che aumentano con il passare delle ore e dei giorni. Domande spesso solo pronunciate con il pianto e lo sguardo perso nel nulla. Esiste una risposta? Spesso l’unica è il silenzio e l’abbraccio”.
Questa stessa domanda (“E adesso che si fa?” l’ho rivolta in queste interminabili giornate di commozione e di strazio a Dio Padre, suscitato dall’angoscia di padri, madri, o figli rimasti orfani, dall’avvilimento di esseri umani derubati dell’ultima loro speranza.
‘E adesso, Signore, che si fa?’. Quante volte, nel silenzio agitato delle mie notti di veglia e d’attesa, ho diretto a Dio la medesima domanda: a nome mio, a vostro nome, nel nome di questa nostra gente tradita dal ballo distruttore della terra.
Mi è venuto subito in mente l’avventura di Giobbe, questo giusto perseguitato dal male, profeta che mai s’arrese nel rinfacciare a Dio le sue domande”.
“La polvere è tutto ciò che è rimasto a questa gente, Signore, dopo la tragedia. Tutto sembra diventato polvere: il terremoto ha accomunato paesi fratelli da Amatrice ad Arquata, un tempo parte della stessa diocesi”. “La sofferenza aquilana mi è bene nota”, ha aggiunto: “Un intero pezzo di storia adesso non c’è più. Polvere, nient’altro che polvere: la polvere che per Giobbe, dopo il dramma di una fatica disumana, diventa altare sul quale brilla la vittoria di Cristo”.

3. “Dialogare con la natura e non provocarla indebitamente”.
“Dio pare tacere: le nostre sembrano chiamate senza risposta, ma Dio non scappa dalle responsabilità, il grido degli angosciati gli fa vibrare le viscere. Non teme l’imprecare dell’uomo, non s’arrabatta nell’ira”.
Il vescovo ha ricordato le due sorelline – Giulia e Giorgia – estratte dalla macerie, l’una morta e l’altra viva: “La più grande, Giulia, purtroppo morta, ma ritrovata in una posizione protettiva su Giorgia, una bimbetta di scarsi cinque anni, che sembrava spaesata con la bocca piena di macerie. Morte e vita erano abbracciate, ma ha vinto la vita: Giorgia”.
Un “terremoto è la fine”, ma “la nostra terra è popolata di gente che non si scoraggia. Mi rivolgo soprattutto a voi, giovani, che ben sapete che i nostri nonni erano contadini. È saggio dialogare con la natura e non provocarla indebitamente”. “I sismologi tentano di prevedere il terremoto, ma solo la fede ci aiuta a superarlo”.
Quindi ha concluso mons. D’Ercole: “Amici tutti, non abbiate paura, non vi lasceremo soli. Non abbiate paura di gridare la vostra sofferenza, ma non perdete coraggio. Insieme ricostruiremo le nostre case e chiese; insieme soprattutto ridaremo vita alle nostre comunità, a partire proprio dalle nostre tradizioni e dalle macerie della morte”.
“Il terremoto è come un aratro. Quando passa ferisce la terra, ma è anche uno strumento per una nuova rinascita. La fede, questa difficile fede, ci indica come riprendere il cammino: piedi per terra e sguardo rivolto al cielo”.
(fonte: dal web).

Dal Vangelo di questa domenica, XXII TO C
Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato.(Lc 14,7).

Così il vescovo Giovanni D'Ercole: "Non abbiate paura, non vi lasceremo soli". Io non vi abbandono, ma voi non perdete il coraggio, perché solo col coraggio potremo ricostruire le nostre case e le nostre chiese. E ridare la vita alle nostre comunità".
Così il vescovo Giovanni D’Ercole: “Non abbiate paura, non vi lasceremo soli”. Io non vi abbandono, ma voi non perdete il coraggio, perché solo col coraggio potremo ricostruire le nostre case e le nostre chiese. E ridare la vita alle nostre comunità”.

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