Il Gattopardo non è un camaleonte

Il video della conferenza

La proiezione del film “Il Gattopardo” di Luchino Visconti nella biblioteca di Tropea

Il Vicesindaco Massimo L'Andolina consegna un pubblicazione a Gioacchino Lanza Tomasi - foto Libertino
Il Vicesindaco Massimo L’Andolina consegna un pubblicazione a Gioacchino Lanza Tomasi – foto Libertino

In una conferenza, tenuta alla biblioteca civica di Tropea,voluta dall’amministrazione comunale e dal Sovrano militare ordine di Malta e dalle associazioni cittadine di volontariato, a margine della proiezione del film “Il Gattopardo” di Luchino Visconti, tratto dall’omonimo romanzo postumo di Giuseppe Tomasi,
Gioacchino Lanza Tomasi, docente emerito di storia della musica nelle Università di Palermo e Salerno,figlio adottivo dell’autore del racconto sulla transizione dall’età borbonica al Regno d’Italia, ha smentito molti luoghi comuni che riguardano i personaggi e il significato del testo del Principe di Lampedusa.
Don Fabrizio, principe di Salina, contesta il suo compagno di caccia, Ciccio Tumeo, fieramente borbonico, dicendo con amarezza, per averlo appreso dal nipote Tancredi Falconeri, neo garibaldino“ tutto deve cambiare perché tutto rimanga com’è”. I Savoia in fondo sono dei reali come i Borbone e sono da preferire alla Repubblica democratica sognata di don Peppino Mazzini.Il principe di Salina non soffriva di gattopardismo, di trasformismo, per sete di potere: infatti rifiuta la poltrona di Senatore del Regno offertagli dall’inviato piemontese Chevallier. Tancredi invece” é un giovane che insegue i suoi tempi sia nella vita pubblica che in quella privata; il Falconeri diventa un seguace di Garibaldi e per amore e per la dote sposerà la borghese Angelica Sedara, figlia del campiere neo latifondista Don Calogero , Sindaco di Donnafugata (ispirata a Santa Margherita Belice e a Palma di Montechiaro )e nipote di don Peppe ‘merda.
Don Fabrizio, dopo il ballo con Angelica (di cui è innamorato)a casa Ponteleone (in realtà villa Chigi ad Ariccia) lascia aristocraticamente questo mondo.
La lettura politica del capolavoro di Lampedusa è però insufficiente a spiegarne la complessità: la lotta più profonda che si svolge nelle pagine del romanzo è tra Eros e Thanatos, Amore e Morte, tra persistenza e scomparsa, tra memoria e oblio, tra l’Essere e il Tempo.
Gli dei che costellano il soffitto del Palazzo del Principe trasmettono un’illusione di immortalità; il quadro raffigurante “La morte del giusto” è in verità “Il figlio punito di Greuze: in esso si vede un vecchio padre, una sorte di Anchise, ormai morto a cui troppo tardi il figlio vorrebbe chiedere perdono.
Le memorie familiari (le case principesche, le ville, i mobili, gli arredi, le opere d’arte, i libri) che sono letterariamente il simbolo di una limitata perennità, saranno, nella dura realtà, spazzate via dai bombardamenti alleati della seconda guerra mondiale.
Per Lampedusa, la letteratura corregge la vita e la completa come avremmo voluto che fosse e non è stata e ancora non è.

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