Arte Sacra ed archelogica nel Museo Diocesanano di Tropea

Mare gastronomia cultura

All’interno si trovano Opere Sacre e testimonianze archeologiche di valore enestimabile

Il Museo Diocesano di Tropea - foto Libertino
Il Museo Diocesano di Tropea – foto Libertino

Il Museo Diocesano di Tropea si trova all’interno dell’antico palazzo episcopale, edificio adiacente la Cattedrale normanna, realizzato in varie fasi a partire dall’epoca sveva, cui risalgono gli archi visibili su largo Duomo; questi danno luce ad un porticato che rappresenta il primo livello dell’esposizione, grazie alla scenografica, per quanto non filologicamente corretta, sistemazione di 5 statue marmoree: i santi Pietro e Paolo dal Duomo, e la Madonna delle Grazie, San Francesco d’Assisi e Santa Chiara, pala dell’altare della chiesa del monastero delle Clarisse. In questo portico spesso vengono ospitate mostre di arte contemporanea.
All’interno l’allestimento è diviso in due livelli, il primo dedicato alla sezione archeologica permanente, il secondo a quella diocesana.

Sezione archeologica

L’allestimento della sezione archeologica del Museo testimonia la continuità degli insediamenti umani nella zona intorno alla rupe di Tropea, che si affaccia sul Tirreno in posizione favorevole per la navigazione anche verso le isole Eolie, e rappresenta la punta del fertilissimo promontorio di monte Poro; queste circostanze hanno fatto sì che la zona fosse abitata fin dall’età del Bronzo, e la scelta dei reperti vuole proprio evidenziare le varie epoche, dalla protostoria ai contatti con la Sicilia, fino alla prima comunità cristiana e al Medioevo. La prima sala è dedicata al ritrovamento più importante e più vicino al Museo, ossia la necropoli tardoantica rinvenuta sotto la piazza antistante lo stesso Museo e la Cattedrale. Questa fu scoperta già nel 1926 da Pasquale Toraldo, ma scavata in maniera sistematica solo nel 1980 e 2001, portando alla luce una porzione di una vasta area cimiteriale, che prosegue anche al di sotto del palazzo stesso, e arriva fino alla zona del vecchio castello; questo cimitero è formato da una serie fittissima di fosse scavate nella roccia della rupe e con copertura a botte, realizzata con malta e laterizi, dette in gergo “a cupa”, unicum in Calabria e con strette analogie con Algeria e Tunisia; i rapporti con l’Africa sono anche confermati dai corredi, ricchi di vasellame in sigillata africana di vario tipo. La sala espositiva presenta, a sinistra, un supporto con le epigrafi più importanti, poi due vetrine con i corredi (soprattutto vasellame, sigillata africana, una brocchetta in vetro soffiato e una croce reliquario in argento), e in fondo, poste su della sabbia a simulare lo scavo, alcune delle cupe, di cui una conserva ancora incastonata la lapide dedicatoria. A destra una piccola sala con due vetrine relative al periodo magnogreco: c’è da sottolineare che gli scavi non hanno messo in evidenza a Tropea la presenza di una colonia paragonabile alla vicina Hipponion, anche se con tutta probabilità è qui che sbarcarono gli oggetti di produzione greca ed egizia rinvenuti nella zona di Torre Galli; la mancanza di un abitato per l’alta epoca magnogreca è presumibilmente da mettere in relazione all’ipotesi della presenza sulla rupe di un bosco sacro con un tempio dedicato a Zues Tropaîos, da cui la rocca, ed in seguito la città, prese il nome. Più tardi, tra V e IV sec. è invece documentato un piccolo abitato sulla rocca, da mettere in relazione alle sepolture ritrovate nella periferia della città; le vetrine, divise appunto con criterio topografico, contengono rispettivamente del materiale ceramico, purtroppo frammentario, a figure rosse, proveniente dallo scavo all’ex Villetta Crigna, insieme a pochi reperti rinvenuti in piazza Duomo, la prima; nella seconda sono esposte, sulla sinistra, delle raffinate ceramiche a vernice nera, caratterizzate da decorazioni a palmette ed ovuli, mentre sulla destra sono reperti della tomba 21, di cui si segnala una figura femminile di divinità in trono, forse Afrodite, e dei fermi da cintura in bronzo a forma di cicala. L’ultima sala, un bel locale voltato seminterrato, è riservato al materiale preistorico e protostorico: a Tropea sono stati rinvenuti materiali che partono dal Neolitico (V millennio a.C.) fino all’età del Ferro (IX sec. a.C.); il materiale suggerisce che Tropea abbia assunto un ruolo egemone nel territorio nella media età del Bronzo (XVII-XIV sec. a.C.), periodo dal quale provengono grandi doli che, in origine forse utilizzati per la fermentazione del vino, servivano per contenere i corpi dei defunti, che venivano posizionati all’interno in posizione fetale, in un simbolico ritorno al grembo della Madre Terra. Di nuovo sulla sabbia sono esposte alcune urne cinerarie ritrovate a più riprese sulle colline sovrastanti la città, in località Caria, che denotano la presenza di una vasta area cimiteriale dell’epoca Eneolitica (3000 a.C.), finora l’unica ad incinerazione di tutta la Calabria per questo periodo, e seconda in Italia insieme alla necropoli campana del Taurasi. Estremamente interessante la parte relativa alle necropoli delle contrade Annunziata e Contura, con materiali recuperati tra gli anni ’60 e ‘70: qui vi sono un’interessante urna cineraria e una punta di giavellotto in bronzo, ottimamente conservata, facente parte del lascito del Marchese Gilberto Toraldo di Francia; molto interessante il ritrovamento di un frammento di pietra incisa, parte di una matrice per la fusione di giavellotti, che testimonia come queste armi non erano importate ma prodotte in loco.

Sezione arte sacra

Al livello superiore è la sezione di arte sacra, che raccoglie opere che si trovavano all’interno delle tante chiese della città che sono state man mano chiuse e parte dell’arredo che si è conservato dopo lo spoglio del Duomo barocco. La prima sala presenta vari esempi di iconografia mariana; eccezione fanno i brani residui di un grande affresco proveniente dal vecchio monastero delle Clarisse, trovato nel muro perimetrale della chiesa di Santa Chiara, in seguito ai lavori che smantellarono il complesso, destinato ad ospedale civile; esso rappresenta alcune figure di Santi, molti dei quali di impossibile identificazione a causa delle lacune, mentre ben riconoscibile è proprio Santa Chiara, con l’abito tipico dell’Ordine, e recante un libro nella mano sinistra; a destra troviamo una scena interpretata come Morte di Santa Chiara: la figura, stesa sul cataletto, viene accolta in paradiso dal Cristo barbuto, che regge un angioletto, simbolo dell’anima della santa; la qualità pittorica è tale da aver consentito l’attribuzione al Maestro delle tempere francescane. Sulla parete a fronte sono due icone: la Madonna con il Bambino proveniente della chiesa di Michelizia, e la Madonna della Grazia, dalla chiesa del Carmine. La seconda, chiamata Madonna della Grazia nonostante sia in realtà una Galaktotrophousa (Madonna del latte), tipologia diffusissima in ambito cretese, conserva ancora il tipico fondo oro, e, nonostante i mal riusciti interventi di integrazione pittorica, è di fattura estremamente raffinata in alcuni dettagli, come le aureole punzonate. A seguire un’Annunciazione che era sull’altare maggiore della cappella dei Nobili, importantissimo esempio di decorazione barocca meridionale, completamente decorato da una fantasia di affreschi; la tela, posta sull’altare maggiore, realizzato in legno scolpito e dorato, presenta, in un interno in penombra, la Vergine sulla destra che viene sorpresa dall’arcangelo che entra da sinistra avvolto in una veste luminosa e vibrante. Fa da quinta alla prima sala la Madonna in Gloria con angeli musicanti, opera secentesca proveniente dalla chiesa della Pietà; la Madonna, assisa su di una nuvola, è attorniata da un stuolo di angeli e putti, due dei quali le pongono in testa una corona; in basso assistono alla mistica visione San Francesco d’Assisi e Santa Chiara. Fuori tematica la sala ospita alcuni frammenti lapidei ed un raro cassone da corredo del sec. XV, in origine nel monastero dei santi Sergio e Bacco, ora non più esistente; tra i frammenti lapidei, il più importante è il fronte di un originariamente più grande e composito sepolcro, proveniente dalla cappella di Santa Margherita, nella chiesa di San Francesco d’Assisi; la lastra è mutila della parte destra che doveva presentare altri due santi, posti simmetricamente ai lati della Vergine che, al centro, regge il Bambino che reca in mano un cardellino; ai lati della Madonna due classiche figure reggi cortina. Si prosegue in un piccolo vestibolo che ospita il Sant’Antonio che riceve il Bambino, dalla chiesa di Santa Chiara, di scuola napoletana del sec. XVIII, e la Madonna del Rosario con santi domenicani; quest’ultima tela riprende una celebre composizione di Giovanni Lanfranco, la Madonna con il Bambino in trono con santi, attualmente al Museo Nazionale di Capodimonte. La sala successiva è dedicata alla scultura lignea, e alla testimonianza di santi e martiri; comprende una ricchissima collezione di busti e statue a figura intera in legno scolpito e dipinto, la maggior parte dei quali risale all’epoca barocca. Pezzo più antico e senza dubbio più pregevole è però un Crocifisso quattrocentesco proveniente dalla chiesa di San Francesco d’Assisi; l’opera, recentemente restaurata, è stata posta all’ingresso della sala, rappresentando il “martirio per eccellenza”, ossia la passione di Cristo. Caratterizzata da un interessante studio dell’anatomia umana e da una grande attenzione a particolari quali le unghie dei piedi (quelle delle mani sono andate perdute a causa un intervento antico che le ha private di falangine e falangette), è stato datato da alcuni esperti appunto al sec. XV. Di fronte vi sono tre opere provenienti dalla chiesa di Michelizia, e cioè i santi Gioacchino ed Anna, con al centro il fastigio ligneo, dipinto a finto marmo verde con particolari dorati, della Madonna della Lettera; il quadro ha la particolarità di unire l’iconografia della Madonna della Lettera a quella della Madonna dalle mani incrociate (la seconda era quella originaria, la lettera è stata aggiunta successivamente). Poi abbiamo Santa Domenica, patrona della città; di questa opera, il recente restauro ha rimesso in luce l’originale decorazione a foglia d’oro, nascosto per decenni sotto spessi strati di pittura. Questa era posta sull’altare reliquario che si trova nel braccio laterale destro della cappella del Santissimo Sacramento (in origine proprio cappella di Santa Domenica) in cattedrale. Dalla medesima, da interpretare come interamente dedicata al culto delle reliquie, proviene la nutrita serie di piccoli busti al centro, realizzati in varie fasi, alcuni dei quali conservano ancora la reliquia del santo. Estremamente interessante è il Sant’Antonio con il Bambino, opera elegantissima, di mano di fra’ Diego da Careri, artista che opera anche col Fanzago. Chiude la sala una tela raffigurante il Martirio di Santa Domenica, anch’essa proveniente dalla stessa cappella, che era il culmine del ciclo della storia della santa. Segue una saletta dedicata agli scavi archeologici effettuati nel cortile grande del palazzo, che ha permesso di rinvenire soprattutto ceramica medievale, non solo locale, ma anche spagnola, siciliana, e di area islamica, probabilmente nord Africa. La sala dedicata al Vescovo ed alla sua Cattedrale raccoglie varie opere residue dell’apparato decorativo barocco della chiesa, rimosso in seguito al restauro voluto da Monsignor Felice Cribellati nel secolo scorso. Sono presenti grandi tele di committenza sia patrizia che vescovile, alcuni ritratti di vescovi, il trono ligneo della cattedra vescovile con due sgabelli, e la pregevole Santa Domenica in argento, opera attribuita al napoletano Francesco Avellino; questa, realizzata, nel 1738, in lamina d’argento cesellata e sbalzata, è incorporata ad un piedistallo reliquario e presenta la santa recante in mano i simboli del martirio, una piccola palma e un libro; la statua è stata posta al centro della sala per poter meglio essere fruita a 360 gradi, evidenziando il magistrale lavoro dell’autore nella resa della veste che imita i tessuti dell’epoca, ricchi di decorazioni floreali. Molto interessante il rilievo marmoreo della Madonna del cardellino, collegata all’ambito di Giovanni da Nola. A seguire abbiamo la sala dedicata all’Eucaristia e al tesoro della Cattedrale: le vetrine ospitano una serie di suppellettili e oggetti di uso liturgico, oltre a preziosi ex voto della Madonna SS. di Romania. Subito a destra le portelle della Vergine di Romania, opera di puro barocco napoletano, datata 1704; si tratta di due lamine in argento cesellato e sbalzato montate su assi di legno, che venivano utilizzate per coprire l’icona sull’altare del duomo. Queste sono formate da una ricchissima fantasia di elementi vegetali, che racchiudono due scene istoriate: a sinistra l’arrivo a Tropea del quadro, a destra la Vergine di Romania appare in sogno a Monsignor Ambrogio Cordova in occasione del terremoto del 1638. A sinistra rispetto all’ingresso in sala abbiamo una grande vetrina contenente calici, ostensori, turiboli, ed altri oggetti di utilizzo liturgico; è divisa in tre settori; Il terzo settore ricostruisce un altare con gli oggetti posizionati sui gradoni, che ricontestualizza questi nell’epoca in cui il sacerdote officiava la messa dando le spalle ai fedeli; in alto abbiamo tre cartegloria, che rappresentano i vecchi leggii. Al centro della sala è il prezioso pastorale tardogotico, da ascrivere al sec. XV, accostato a quelli conservati a Troina e a Reggio Calabria; la base esagonale è formata da sei nicchie con piccole statuine raffiguranti la Madonna con Bambino e vari santi; la parte del ricciolo, che parte dalla cupola del tempietto esagonale, è tutta decorata a smalti, ed all’interno presenta il Cristo in trono che benedice il vescovo di Tropea, identificato con il committente, Sigismondo Pappacoda. In fondo alla sala un importantissimo reperto bizantino: l’enkolpion, una croce pettorale in bronzo rinvenuta a Sant’Angelo, collina alle spalle di Tropea, realizzato in Terra Santa o Siria tra i secc. VI-VIII; il Cristo è raffigurato come “il Vivente”, con il corpo interamente coperto da una tunica, e con alle estremità del braccio trasversale della croce le figure della Madonna e di San Giovanni.
Poi sono le sale con vetrine utilizzate anche per mostre temporanee, che ora ospitano una mostra sugli importantissimi materiali rinvenuti a Torre Galli e nel Poro: in particolare si segnalano alcune tombe femminili, ricche di gioielli in bronzo, e spesso di pugnali sacri che queste donne, sacerdotesse, utilizzavano per i sacrifici; la collana in ambra con lapislazzulo proveniente dall’Egitto testimonia la circolazione commerciale nel mediterraneo già nell’età del Bronzo, e la ricchezza e potenza di questa comunità. A fine percorso è la Sala conferenze “Giuseppe Grimaldi”. La struttura della sala è particolare a causa della presenza della cappella di Monsignor de Paù: celata da un portale in legno intarsiato con motivi floreali, presenta un altare in stucco dipinto a finto marmo giallo, sul quale è l’Adorazione dei pastori di Cosmo Sannio, che riprende l’immagine dall’opera di Corrado Giaquinto della chiesa del Purgatorio di Terlizzi, dov’era posizionata proprio sull’altare della famiglia de Paù; in basso al centro del quadro risalta l’arme del vescovo, con il pavone che dà il nome alla famiglia, che ritorna sul portale ligneo, sui laterali dell’altare e al centro del pavimento realizzato in maioliche napoletane.

Il Museo Diocesano di Tropea apre al pubblico tutti i giorni con i seguenti orari:
Aprile-Maggio: 10:00-13:00 / 16:30-19:30
Giugno: 10:00-13:00 / 18:00-22:00
Luglio-Agosto: 10:00-13:00 / 19:00-24:00
Settembre: 10:00-13:00 / 19:00-22:00
Ottobre: 10:00-13:00.
Gli orari possono subire variazioni. Nei restanti periodi dell’anno oppure fuori da questi orari il Museo apre su prenotazione per gruppi.
Per info:
tropea.museo@libero.it
tel. 0963-62089 / cell. 3497876408-3337718896.
Il Museo fornisce inoltre servizi di convegnistica, fitto locations per eventi e mostre, visite guidate nel centro storico della città.

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