Il ragionier Nossaccio

Un racconto breve di Alessandro Stella

corso-scrittura

Il giorno in cui mi arrivò la telefonata del ragionier Nossaccio stavo seguendo un convegno riguardante i terrazzamenti agricoli del Basso Tirreno calabrese. Su ordine perentorio e indiscutibile di Barillari, avrei dovuto redigere un articolo di cinquemila battute su un argomento che aveva la sua fine e il suo inizio nel titolo stesso. Perfino sottotitolo e occhiello sarebbero stati superflui.

Ricordo l’afa opprimente della sala convegni, dove un paio di condizionatori cigolanti cercavano di svolgere, con scarsissimi risultati, il compito per il quale erano stati acquistati, circa trent’anni prima. I presenti bivaccavano stancamente sulle scomode sedie ricoperte di stoffa sintetica, in attesa del segnale che li avrebbe catapultati sul buffet gratuito, facendogli rinnegare le più elementari norme comportamentali.

Il telefonino risalente al Primo Pleistocene vibrò nella tasca anteriore del jeans, risvegliandomi da un torpore che mi aveva colto nell’osservare il carattere Goudy Stout utilizzato pacchianamente sulla locandina dell’evento.

«Pronto, Luca Fazio?».

La voce bassa e cavernosa e il tono minatorio mi fecero pensare alla confessione di un duplice omicidio con smembramento selvaggio delle vittime e mutilazioni genitali. Sobbalzai sulla sedia, attirando l’attenzione del relatore, il quale aveva finalmente trovato l’interesse di qualcuno, dopo mezz’ora di parole lanciate a casaccio sugli sbadigli dei partecipanti. La visione del telefonino gli generò una smorfia di disappunto che si portò dietro per tutta la durata del convegno, come una paresi facciale.

«Sì, chi parla?», risposi, mentre mi allontanavo, trionfante, da quel luogo che trasudava di tartine al formaggio e noia inesauribile.

«Sono il ragionier Nossaccio».

Ci fu una pausa di qualche secondo, come se il Ragioniernossaccio si aspettasse una parola di assenso alla presentazione.

Lo accontentai:

«Sì, mi dica».

«Il figlio di Antonio Pappacoda, che tra l’altro è nipote della buonanima di Vincenzo Pietrino, lo zio di Pasquale u ‘mericano, mi ha dato il vostro numero».

Un senso di smarrimento profondo mi assalì, facendomi rimpiangere per un secondo il coma dei terrazzamenti agricoli. Il monosillabo affermativo fu l’unico modo di farlo proseguire nello sproloquio:

«Sì».

«Vi chiamavo per un fatto molto grave, segnalato più volte alle autorità ma, ahimè, senza alcuna risposta finora. Il buon Ciccio Mazzetta mi ha fatto il vostro nome, indicandovi come professionista serio e competente».

I nomi pronunciati in pochi secondi dal ragionier Nossaccio assunsero la forma di enormi punti interrogativi. Cercai di incanalare la conversazione verso un senso logico, chiedendo il motivo della chiamata. Dopo aver nominato un terzo del registro anagrafico di Elpìde, il ragioniere arrivò al punto:

«…e questa è la quinta volta che mi rubano il secchio dell’umido. Mi hanno detto che, grazie al vostro intuito, avete risolto anche dei casi di omicidio. Potete raggiungermi qui a casa per fare un articolo sul dramma che sto vivendo ed eventualmente aiutarmi a risolvere il mistero?».

In un altro momento, l’affabile Ragioniernossaccio sarebbe stato liquidato dalla mia voce intermittente che simulava problemi di linea. Considerato, però, il contraltare dei terrazzamenti, il pretesto per allontanarmi da quel luogo nefasto mi venne servito su un vassoio d’argento. Decisi, così, di inoltrarmi su quel sentiero nebuloso rappresentato dal ragioniere, senza dubbio più stimolante della rissa intorno alle olive ascolane a cui avrei dovuto assistere da lì a poco.

Dopo qualche minuto mi ritrovai di fronte a un uomo dall’aspetto contrastante con la voce della telefonata: tozzo e impettito, mi allungò la mano con un gesto robotico, passandosela subito dopo sui pochi capelli tinti grossolanamente che gli spuntavano sopra l’orecchio destro. L’alito nauseante di latte rancido mi provocò uno stato di pentimento che non mi avrebbe abbandonato per tutta la durata della conversazione. Il temuto invito a entrare arrivò come un calcio negli stinchi.

“Spartano” era un aggettivo generoso per l’abitazione: al centro del soggiorno, solo un divano in stile barocco dai bordi dorati e l’imbottitura a fiori scolorita e lacera. I muri stonacati erano spogli, fatta eccezione per un enorme arazzo sul quale si distingueva un paesaggio bucolico che sembrava avvolto nella nebbia, per via dell’abbondante polvere in superficie.

Nossaccio mi fece accomodare su quel pezzo da discarica, illustrandomi con fermezza i suoi convinti sospetti sull’autore dei furti:

«È Peppino Matarazzo, l’ex capo guardia, il mio vicino. Scrivetelo!», mi impose, mentre indicava con l’indice teso il taccuino che tenevo in mano.

Cercai di spiegargli che non era possibile fare nomi e lanciare accuse precise senza prove su un organo di informazione e che mi sarei limitato a presentare la vicenda come un disagio vissuto da un semplice cittadino di Elpìde.

«E poi, se ha già risolto il mistero, in cosa potrei aiutarla io?», aggiunsi sarcasticamente.

Nossaccio strinse gli occhi in un’espressione di diffidenza e sospetto:

«Quel quaquaraquà è sempre stato invidioso delle mie cose. Tutto quello che compro, lui lo ricompra più grande. Adesso ho trovato questo secchio enorme, elegante, signorile, fatto su misura per la mia persona, e lui lo vorrebbe, ma non sa dove l’ho comprato e quindi me lo fa sparire. Ma voi siete una persona perbene, quindi ve lo dico: l’ho trovato su internét, ché io sono pure tecchinologico», aggiunse bisbigliando con l’alito fetido.

Scansai la nube tossica, ma la coda mi raggiunse ugualmente, provocandomi un capogiro da intossicazione gassosa. Riacquistati i sensi, gli posi la soluzione più logica al problema, mascherandola con un tono di circospezione per enfatizzare l’importanza della questione:

«Vuole un consiglio? Leghi il secchio con una catena».

Nossaccio arricciò le labbra sottili, contorcendole in una smorfia di contrarietà, cui seguì un grugnito di dissenso:

«La catena, no!», si oppose fermamente.

Il rifiuto mi insospettì, quindi cercai di farmi largo nella diffidenza e nelle nebbie del cervello analitico e contorto del Ragioniernossaccio. Risposte logiche alla replica non ne trovai, perlomeno secondo la mia, di logica.

Decisi di congedarmi, assicurandogli che nei giorni successivi l’articolo sarebbe apparso sulle pagine de “Il Calabrone”, sempre se il direttore Barillari l’avesse ritenuto degno di pubblicazione. Nossaccio mi salutò sull’uscio, indicando col mento il giardino del vicino, dove un secchio in ottone era legato alla ringhiera tramite una grossa catena dorata.

«Avete capito perché?» mi domandò, strizzandomi l’occhio.

Interdetto, gli feci presenti i miei limiti mentali, chiedendo spiegazioni.

Il ragioniere mi invitò ad avvicinarmi e, con fare da informatore malfamato, mi fornì la spiegazione nauseabonda:

«Quella catena, sapete quanto costa? Più di cento euri! Io ne ho solo una di metallo piccola, insignificante. Sto aspettando l’accredito della pensione di luglio per comprarne una d’oro come la sua, ma più grande, così poi vediamo se si permette ancora di mettere in discussione il mio valore!»

Restai qualche secondo in silenzio a osservare il vuoto rappresentato da quell’omino tarchiato e maleodorante. Ripensai alla mezz’ora persa di fronte all’arazzo, caliginoso e sudicio come il suo proprietario, e mi allontanai, senza salutarlo, con un unico, confortante obiettivo nella mia mente frastornata: i terrazzamenti agricoli del Basso Tirreno calabrese.

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Alessandro Stella
Alessandro Stella

Scrittore, ha pubblicato i romanzi “La donna di Susa” e “Il pianto del monachello” per Pellegrini editore. Collaboratore della testata Tropeaedintorni.it, è giornalista pubblicista iscritto all’albo professionale dell’Ordine dei giornalisti della Calabria nell’elenco pubblicisti.