Il tre ottobre un doloroso anniversario della tragedia di Lampedusa

Riceviamo e pubblichiamo

Lettera aperta di Beatrice Lento, Dirigente dell’Istituto Superiore di Tropea

Il Dirigente Scolastico Beatrice Lento - foto Libertino
Il Dirigente Scolastico
Beatrice Lento – foto Libertino
Non sono certo una face-book addict preferendo da sempre il confronto viso a viso, non amo neppure il telefono ma non disdegno le note, diffuse attraverso le TIC, che mi giungono per vie indirette. Cosi oggi, tre ottobre, doloroso anniversario della tragedia di Lampedusa, che registrò, lo scorso anno, 366 vittime accertate, le dichiarazioni di un nostro ex studente mi colpiscono a fondo per il loro potenziale fortemente diseducativo, già nell’immediato, infatti, raccolgono il “Mi piace” di tre altri nostri ex allievi. Il focus dell’affermazione in questione lo propongo virgolettato e in maniera piuttosto ampia per evitare il rischio di fraintendimenti causati dalla de contestualizzazione “Pienamente d’accordo che bisogna approntare strumenti di soccorso e tutela di quella che oggi, obiettivamente, è una classe debole, ma mi piacerebbe vedere la gioventù italiana solidale prima di tutto con le classi deboli a noi più vicine. Gli studenti debbono essere si sensibilizzati, ma non bisogna con la scusa, indottrinarli. Stimoliamo la solidarietà e la sensibilità ai problemi delle classi deboli italiane… Poi ci DEVE essere spazio anche per la solidarietà agli altri popoli. MA SOLO POI!!“. Per chiarire i termini dell’accadimento occorre conoscere l’antefatto ovverosia l’invito che gli studenti del Liceo Classico di Tropea hanno rivolto ai loro 17 compagni, della prima annualità dell’Alberghiero, venuti da molto lontano, Bangladesh, Mali, Marocco, Nigeria, di partecipazione alla prima Assemblea Studentesca d’Istituto che ha assunto i connotati di una festa di accoglienza .
L’autore del post ha biasimato l’iniziativa con le parole: ”Quanto accaduto nei giorni scorsi presso il Liceo Classico di Tropea è, a mio avviso, grave e di cattivo gusto… Io mi chiedo per quale ragione bisogna inculcare nelle menti degli studenti una logica per cui coloro che compivano un illecito penale fino a pochi mesi fa, oggi un illecito amministrativo, debbono essere festeggiati… Altro è aiuto, altro è giustificare una silenziosa invasione” Nell’immediatezza del sentimento evocato dall’affermazione la prima immagine che mi si è presentata alla mente è stata la riflessione di don Milani: “Se voi avete diritto di dividere il mondo in Italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, in non ho patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria gli altri i miei stranieri”. Subito dopo ho avvertito il bisogno di rivolgermi al ragazzo a cui mi sento molto legata: “Caro studente, oggi universitario, che fino a qualche anno fa sedevi nei banchi del glorioso Liceo Classico P.Galluppi, hai forse dimenticato il nostro impegno per la cittadinanza attiva che si muoveva nel desiderio di sviluppare lo spirito critico, l’impegno civile e la partecipazione democratica di ognuno di Voi?  Hai forse smarrito il senso dei nostri incontri di Campus in cui vi abbiamo guidato a guardare oltre la punta dei vostri piedi, ad alzare la testa per incontrare lo sguardo dell’altro da voi, a tentare di riconoscere l’ingiustizia per combatterla e a provare a mettervi in gioco in prima persona? Non ricordi quando abbiamo discusso di crisi finanziaria, di lavoro che non c’è, di incidenti sul lavoro, di persone che ogni giorno cercano di sfuggire dalle guerre e dalla fame, del nostro paese ostaggio delle mafie, di sfruttamento indiscriminato delle risorse ambientali? Hai scordato le persone che ti abbiamo fatto incontrare e i riflettori che abbiamo acceso su ogni evento significativo?  Tutto questo per te è indottrinamento? Questo modus operandi risponde alla logica dello studente – contenitore che deve essere riempito?  Caro studente, stai attento al pericolo di plagio che forse su di te incombe da altre parti, rivolgi a te stesso il “Cave canem” che evochi contro la scuola e diffida di chi ti indica strade tracciate da ideologie. Pensa, piuttosto, che hai diritto a cercare in prima persona la tua identità osando percorsi difficili cosi come hai anche diritto a tentare e , perché no, anche a sbagliare, senza temere di essere giudicato, purché sia autentico il desiderio di ricercare il vero e il giusto. Ed ora vorrei riflettere assieme alla comunità tutta sulla problematica che il ragazzo ha reso palese col suo post, relativa all’emergenza interculturalità. Un territorio cresce se cresce la solidarietà e sicuramente fratelli veri non si nasce ma si diventa in un percorso difficile ma appagante. Non credo che i Calabresi siano razzisti perché nei loro cuori sono depositati i tanti anni di emigrazione e di rifiuto patiti: nel Belgio, in Germania in America ed anche in Africa. Oggi, forse, frettolosamente dimenticati da altri che si sentono superiori perché il pane ce l’hanno in casa. Ricordiamo , allora, le parole sacre “Quando un forestiero dimorerà… nella vostra terra… tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto” (Levitico 19.33).
Non dimentichiamo, allo stesso modo, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dell’ONU : “Tutti gli esseri umani…  devono agire… in spirito di fratellanza… Ogni individuo ha diritto a lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio…  Ogni individuo ha diritto di godere in altri Paesi asilo dalle Persecuzioni” Lasciamo da parte i: non sono figli nostri, sono diversi, parlano un’altra lingua, anche noi abbiamo i nostri problemi, ci sottraggono l’attenzione dello Stato che a loro pesa e a noi no; valutiamo, piuttosto, come ricchezza l’incontro tra culture diverse, le energie nuove che si innestano nei nostri paesi ed anche la gioia di poter tendere la mano, con amicizia e solidarietà, a chi cerca un futuro.
“Le nostre differenze non fanno di noi nemici ma possono servire da ponti per avvicinarci” ce lo dice Yolande Mukagasana, sopravvissuta al genocidio dei Tutsi nel 1994 in Rwanda. Il mondo è la casa di tutti gli esseri umani, che diritto abbiamo di sentirci più proprietari di altri, che diritto abbiamo di respingere verso la morte chi cerca la vita, che diritto abbiamo di rinnegare, soffocare, annullare la dignità della persona, che non ha confini?
Chi più ha più deve dare e noi che abbiamo la serenità degli affetti e la solidità delle radici dobbiamo trasmettere il calore dell’accoglienza a chi si trova orfano di patria e di famiglia per sorti avverse. Tra i nostri diciassette alunni venuti da lontano ce n’è uno particolarmente estroverso che, barcamenandosi con un po’ di Italiano, riesce ad arricchirci con la sua sensibilità Amaran, splendido ragazzo del Mali, ci ha offerto una grande lezione di vita: “Tu sei ricca “ha detto alla responsabile del Centro che lo accoglie e alla precisazione di quest’ultima sul suo status di modesta lavoratrice ha replicato “No, tu sei ricca perché hai il marito e i figli, io sono povero perché sono solo! “Riflettiamo insieme sui valori veri che poco hanno a che fare con la ricchezza economica e molto più con quella degli affetti e rispondiamo alla richiesta d’aiuto con l’accoglienza generosa che contraddistingue la nostra terra: “Favorite!

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