Chiesa in Calabria e Unità d’Italia

Atteggiamenti della Chiesa Calabrese

Un interessante e illuminante excursus storico

Premessa
Sono in corso dovunque le celebrazioni commemorative dei 150 anni dell’Unità d’Italia (1861-2011).
Accanto agli aspetti più strettamente politici e militari affrontati generalmente in queste celebrazioni mi piace tentare qui un approccio diverso evidenziando soprattutto l’apporto dato in Calabria dalla Chiesa, solitamente vista in atteggiamento di diffidenza, di lotta contraria e addirittura di sabotaggio verso l’annessione.
Certamente l’atteggiamento è stato di prudenza e di attenzione in attesa degli eventi.
Non dimentichiamo del resto che le voci che arrivavano dal Piemonte non erano proprio tranquillizzanti per la Chiesa. Nel 1850 la legge Siccardi aveva abolito il tribunale ecclesiastico per i chierici; nello stesso anno venne vietato agli enti ecclesiastici di acquistare beni stabili; nel 1855 vennero aboliti gli Ordini religiosi contemplativi; nel 1859 la legge Casati avvia la laicizzazione dell’istruzione pubblica finora in larga parte in mano ai religiosi.
Con evidente influsso massonico anticlericale si va predisponendo – come si vede – uno Stato completamente laico. La stessa clausola “libera Chiesa in libero Stato”, prospettata da Cavour, in realtà riconosceva alla Chiesa solo la sfera privata e vietava ogni interferenza nel pubblico.

Con queste credenziali del Regno del Piemonte non è da meravigliarsi dell’atteggiamento quanto meno prudente della Chiesa soprattutto gerarchica.
Ma pur in questo clima, non sono mancati uomini di Chiesa di frontiera, che hanno sposato, prima, durante e dopo, le idee liberali che sono andate affermandosi a partire dal decennio francese e che sono continuate anche dopo la restaurazione borbonica.
Con criterio cronologico dividerò la trattazione in 3 momenti seguendo gli eventi appunto prima, durante e dopo l’avvenuta unificazione dell’Italia nel 1861.

Gli architetti dell’Unità d’Italia: Vittorio Emanuele II, re del Piemonte e poi d’Italia, Giuseppe Garibaldi, Camillo benso Conte di Cavour e Giuseppe Mazzini

1. Prima dell’Unità
La Calabria e la Chiesa in Calabria nel periodo pre- e post- Unità d’Italia vivono un periodo di grosse contraddizioni e di riflesso di grandi attese per le prospettive che sembrano aprirsi un po’ dovunque. I profondi sconvolgimenti politici, le nuové idee liberali e la speranza di un radicale cambiamento coinvolgono ed entusiasmano tutti, soprattutto a partire dal 1848. In questo fermento non manca la presenza di molti sacerdoti, sia del clero acculturato ed urbano, sia di semplici parroci di campagna, che intravedono e sperano in un miglioramento generale delle condizioni economiche e sociali di tutti.
Tra questi sacerdoti attivi, liberali e antiborbonici ricordiamo, per esempio, a Reggio Calabria il can. Paolo Pellicano e D. Filippo Caprì, che nel 1848 figurano tra i capi della rivolta antiborbonica e fautori dell’annessione del Regno di Napoli al Piemonte. D. Caprì, in particolare, nel 1849 dalla Gran Corte Criminale era stato definito “soggetto niente affatto commendevole per sentimenti politici”.
Per restare nel nostro territorio, a Galatro, all’epoca in diocesi di Mileto ed ora di Oppido-Palmi, si distinse l’abate Antonio Martino. Spirito liberale, antiborbonico e ribelle, subì un processo penale nel 1849 venendo confinato a Laureana (Rc).
Sempre in diocesi di Mileto troviamo il giovane sacerdote D. Giuseppe Mole, che – a Polia (VV), suo paese natale, fonda un Comitato antiborbonico e liberale, venendo per questo arrestato e condannato nel 1850 dalla polizia borbonica. Tradotto nel carcere di Nisida, vi rimase fino al 1859. Liberato e rientrato in patria parteggiò fattivamente per l’Unità d’Italia convincendo tra l’altro diversi giovani del paese ad unirsi con Garibaldi.
Il fenomeno liberale, in verità, interessò tutta la Calabria, anche se qui per ovvi motivi di spazio evito di evidenziare ed elencare.

I sacerdoti calabresi Paolo Pellicano, canonico di Reggio Calabria e l’abate Antonio Martino di Galatro si sono distinti per il loro fervore antiborbonico e parteggiatori dell’unità d’Italia.

2. Il 1860-61

Le speranze di tutti sembrarono realizzate quando, nel 1860, sul Regno di Napoli si abbattè il ciclone Garibaldi e dei suoi mitici Mille. Questi, sull’onda dell’entusiasmo suscitato dovunque, tra maggio e settembre conquistarono alla causa piemontese il regno borbonico. II 7 settembre, entrato trionfalmente in Napoli, dopo aver percorso vittorioso l’intero territorio, Garibaldi dichiarò decaduta la dinastia borbonica ed annesse il Regno ai Savoia. Il successivo Referendum, quasi un pro forma, consacrò definitivamente l’annessione.
Anche in questa fase il contributo dei sacerdoti non fu da poco, malgrado l’invito alla prudenza da parte delle autorità ecclesiastiche.
Un esempio per tutti è il caso di D. Antonio Greco, sacerdote di Catanzaro, uno
dei protagonisti della conclusione risorgimentale. A lui si deve il Proclama con cui invitava i Calabresi ad insorgere contro il Regno borbonico prima dell’arrivo delle truppe garibaldine.
Insieme a Vincenzo Stocco sarà poi nominato da Garibaldi pro-dittatore della
Provincia in nome di Vittorio Emanuele II. Appartenente all’area democratica più radicale rispetto all’area moderata di Vincenzo Stocco, si trovò in minoranza e quindi allontanato dal governo. Nel 1861 sarà eletto al Parlamento italiano, mentre la città rimase nelle mani del partito moderato, in cui confluirono gli ex filo-borbonici revisionisti.

3. Unità d’Italia e speranze disattese

Chiaramente anche in Calabria l’Unità d’Italia, come si vede, venne salutata con grande entusiasmo e partecipazione popolare. Ma per quanto grandi fossero state le attese e le speranze generali, all’atto concreto la delusione fu totale ed il disordine politico seguito fu sconcertante. I primi a rendersene conto furono, anche tra i sacerdoti, proprio quelli che, magari mettendosi contro i propri vescovi, avevano più di tutti sposato la causa ed avevano visto in Garibaldi il grande liberatore.
Ben presto si capì che l’Italia ottenuta non poteva definirsi un nuovo Stato libero, ma l’estensione politica ed amministrativa del Piemonte, che aveva allargato le sue leggi a tutta l’Italia. Il Meridione in particolare venne considerato “occupato”, o, come si disse, puramente “colonizzato”.
Lo stesso Re mantenne il nome di Vittorio Emanuele II di Re del Piemonte, piuttosto che I di Re d’Italia, come era più giusto.

I rapporti con la Chiesa, anche per un forte risveglio e rilancio della massoneria anticlericale ed antipapale, diventano sempre più tesi. L’imposizione del “regio exequatur”, inoltre, obbligò la Chiesa a chiedere il benestare del governo per ogni sua attività. Il provvedimento venne visto da tutti come volontà di contrasto e di forte ingerenza degli organi governativi nell’autonomia pastorale delle diocesi. In conseguenza di ciò da Roma si impose ai vescovi di non sottostare alla norma governativa. Questo, però, complicò le cose perché servì solo a bloccare l’opera della Chiesa a discapito delle popolazioni. Per non subire rappresaglie di parte governativa, allora, molti sacerdoti preferirono mettersi da parte, altri vennero arrestati.

La situazione di precarietà si aggravò dopo le leggi del 1866 e 1867, con cui venne soppresso e liquidato l’asse patrimoniale ecclesiastico con I’incamerazione dei beni della Chiesa, dei conventi residui della precedente incamerazione napoleonica, con il sequestro, dovunque dei Seminari destinati a caserme e tutto quell’insieme di provvedimenti che impoverirono ulteriormente e ridussero a mal partito le già precarie risorse delle diocesi, con evidente grave danno per tutta l’organizzazione ecclesiastica. Non si potè provvedere nemmeno alle più elementari esigenze pastorali, alle attività dei seminari e delle parrocchie, alle opere assistenziali e caritative. Le condizioni di vita divennero per tutti fortemente insopportabili. Dilagarono, pertanto, disoccupazione, usura, immoralità diffusa, illegalità e delinquenza, analfabetismo, diffidenza generale tra la stessa popolazione.
Di fatto, già dal 1860, con i nuovi padroni si determinò una tale situazione insopportabile da non risparmiare nessuno, nemmeno i Vescovi, accusati tutti di essere filo-borbonici ed anti-unitari e quindi fatti oggetto di vessazioni di ogni tipo e di persecuzioni in grande stile. Non ci fu vescovo che non sia rimasto vittima del nuovo clima anticlericale persecutorio. Tutti vennero accusati di aver ostacolato il Referendum dell’annessione del Regno di Napoli al Piemonte.
Gli unici vescovi, forse, che restarono esenti dalle molestie e maltrattamenti furono i vescovi di Crotone e Gerace, che morirono entrambi proprio nel 1860 e Mons. Michele Bombini di Cassano Jonio, che venne lasciato in pace perché molto anziano e di salute cagionevole. Ma anche lui nel 1848 era stato costretto a versare 10 mila ducati, pena l’arresto, alla causa antiborbonica.
L’Arcivescovo di Reggio Calabria, Mons. Mariano Ricciardi, venne esiliato e dovette rifugiarsi.a Sorrento.
Mons. Filippo Mincione, di Mileto, per quanto alieno dalla politica, venne processato e costretto ad allontanarsi per qualche tempo dalla diocesi.
Il vescovo di Oppido Mamertina Giuseppe Teta, come Mons. Mincione, venne accusato di “distornare tutti gli atti del Governo e segnatamente quelli del Censimento e della Leva”. Per evitare l’arresto si allontanò dalla diocesi e si rifugiò a Castellammare con la scusa di doversi curare la salute.
Andò peggio agli arcivescovi di Cosenza, Lorenzo Pontillo, e di Rossano, Pietro Cilento, che finirono addirittura in carcere.
Se questo trattamento venne riservato ai Vescovi, è da immaginare quale fu quello riservato al clero, a cominciare proprio da quelli che con spirito liberale ed antiborbonico avevano collaborato con i nuovi governanti.
I soprusi subiti, le azioni vessatorie, le persecuzioni poliziesche non fecero che provocare la reazione del clero, per cui alcuni si schierarono su posizioni reazionarie in difesa dei principi religiosi e del papato; altri caddero in un’apatia senza speranza disinteressandosi di tutto.
Il menzionato D. Filippo Caprì di Reggio, per esempio, nel febbraio 1862 aveva dato vita al foglio “L’Albo Bibliografico” con intento strettamente religioso e formativo dei cattolici, senza entrare in faccende politiche. La stampa anticlericale della città e gli uomini politici lo avversarono perché vi videro il tentativo di incitare il popolo alla rivolta. Il giornale, pertanto, venne più volte sequestrato e i collaboratori posti sotto rigida sorveglianza. D. Caprì ed i suoi collaboratori can. Antonio Rognetta e Salazzaro per amore di pace e per non continuare a subire rappresaglie e le ripetute perquisizioni, preferirono alla fine tirarsi indietro.

Uno dei manifesti sul 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Tante sono state le ombre di un processo di unificazione eseguito con la forza e col sopruso sistematico.

Come si vede, davanti alla politica di avversione, se non di vera e propria persecuzione da parte governativa, le reazioni non mancarono a tutti i livelli. Anche nei confronti della Chiesa si andò perseguendo una politica mirata non solo al crollo del potere temporale, ma anche di quello spirituale; una politica questa che non giovò all’unità del Paese, allontanando quelle forze cattoliche moderate da qualsiasi forma di collaborazione e che avrebbero potuto essere di grande aiuto per la soluzione dei non pochi problemi del nuovo Stato, primi fra tutti la questione romana e meridionale, l’analfabetismo, il brigantaggio diffuso.
Ma pur messi ai margini della vita politica italiana, i cattolici non mancarono di dare testimonianza di feconda attività per il benessere sociale delle masse. Ne sono prova tra l’altro gli sforzi sempre mirati a formare coscienze mature capaci di non lasciàrsi sopraffare dalle vicende ed anzi pronte ad una costruttiva opposizione al regime anticlericale solo allo scopo di tutelare gli interessi specificamente spirituali,e religiosi della popolazione cattolica e, se mai, essere parte attiva nella vita culturale e sociale.
Ogni tentativo, però, venne guardato con diffidenza ed avversato in tutti i modi.
La situazione religiosa della Calabria, alla luce di quanto detto, dopo l’Unità divenne sempre più precaria soprattutto per le condizioni economiche di estrema povertà in cui particolarmente vennero a trovarsi le parrocchie dopo il 1866-67.
La reazione non fu certamente di sabotaggio dello Stato unitario, ma piuttosto mirò ad una ripresa della formazione dei sacerdoti nei Seminari e ad una formazione più adeguata del laicato cattolico, che segnerà una qualche ripresa e che porterà, con molte difficoltà, al sorgere anche in Calabria dell’Opera dei Congressi promossa da Giuseppe Toniolo e Romolo Murri e alla moltiplicazione di attività assistenziali più generali e di lotta all’usura in particolare. E’ il tempo in cui nascono al Sud anche diverse Congregazioni religiose femminili a servizio dei poveri e degli analfabeti.
I segni di risveglio e di ripresa, comunque, si fecero presto sentire anche dietro la spinta di Vescovi illuminati, che seppero dare applicazione alle nuove istanze sociali promosse dalla Rerum Novarum di Leone XIII.

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Ricerca fotografica e pagina scelta da
Salvatore Brugnano
in PARVA FAVILLA, Anno LXXI gennaio-marzo 2011, pp.10-14.

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