L’opinione di Barone sull’iniziativa della scuola

Riceviamo e pubblichiamo

Lettera aperta di Francesco Barone, ex studente dell’Istituto Superiore di Tropea

Francesco Barone
Francesco Barone

Colgo l’occasione a seguito delle dichiarazioni della dott.ssa Lento, diffuse a mezzo stampa il 6 ottobre scorso, per “costituirmi” reo confesso e rivendicare la paternità materiale e morale delle dichiarazioni che la stessa, gridando allo scandalo o forse alla lesa maestà, ha aspramente criticato e replico, fermo nelle mie convinzioni e con lo spirito di costruttiva critica e la disponibilità al confronto che sempre mi hanno contraddistinto, riconoscendo, però, la mia difficoltà nel condividere quest’apoteosi ipocrita del politicamente corretto.
Mi stupisce, intanto, il richiamo al buon Don Milani, grande educatore e grande uomo che oltre a predicare la vicinanza agli ultimi ha realmente vissuto per gli ultimi e mi permetto di voler ricordare alla dottoressa Lento, a cui mi sento molto legato e che stimo, che non basta il rifarsi a concetti espressi ma è necessario vivere all’insegna di quei principi.
Non ho intenzione di scendere in aride polemiche e nonostante mi colpisca che un’ educatrice di spessore come la dott.ssa Lento attacchi le mie dichiarazioni per il «potenziale fortemente diseducativo» solamente perché non allineate alla sua visione del mondo, io cercherò di affrontare l’argomento con il necessario pragmatismo basandomi su quelli che sono dati reali e incontestabili.
La dott.ssa Lento ben asserisce quando afferma che io ho frequentato quel Liceo e anche per questa ragione ritengo di parlare dell’argomento con cognizione di causa. Ben ricordo tutte le iniziative a cui ho attivamente partecipato e ricordo anche le reazioni di qualcuno che si dimostrava non allineato al pensiero predominante ed alle posizioni del politically correct apparente. E, certamente, trovo politically scorrect il chieder conto dei “mi piace” su uno stato di facebook, in cui veniva comunque espressa una opinione nel massimo rispetto di ogni categoria.
Ricordo anche bene le iniziative da Lei citate contro le mafie, contro la cultura mafiosa, per la legalità e via così discorrendo, ma seppure non sia mio costume utilizzare concetti espressi da altri, per quanto illuminanti essi siano, mi adeguo alla sua ricerca di una autorità a cui “votarsi” per sostenere le proprie convinzioni: «A parole tutti sono contro la mafia ma essere contro la mafia dovrebbe essere un fatto di coscienza non una carta d’identità. Bisogna parlare di responsabilità, di persone che non si commuovono solo ma che si muovono» questo ci insegna don Luigi Ciotti, il non limitarsi alle sole parole che null’altro sono che semplici e vuote emissioni di aria dalla propria bocca.
Ma senza divagare ulteriormente, è il caso di tornare, per usare le parole della dott.ssa Lento, all’urgente tema dell’interculturalità. La scuola pubblica, fino a prova contraria, non è una associazione di tendenza ed educare non significa inculcare presunti valori, bensì insegnare a valutare fatti concreti, in base ai propri, forti delle esperienze passate.
Nella disamina di una situazione si parte dal dato reale per poi applicare il principio ideale e non viceversa, essendo necessario fare i dovuti distinguo, tanto è vero che esiste, non una sottile, bensì una profonda differenza tra chi ruba spinto dalla necessità di mangiare e chi invece lo fa per ingordigia, quindi quando affrontiamo la questione degli immigrati non possiamo non prendere in considerazione i dati reali:
in Italia risiedono legittimamente circa 5 milioni di immigrati, pari quasi al 10% della popolazione nazionale, a cui bisogna aggiungere un numero imprecisato di immigrati ancora fuori legge. 
I dati ISTAT sulle nascite ci dicono che nel 2011, quando gli immigrati residenti erano molti meno e la scandalosa e assolutamente fallimentare operazione “mare nostrum” non era stata attivata, il 19,4 % dei nuovi nati in Italia era figlio di non italiani e proiettando sul medio termine i risultati, in poche generazioni gli italiani saranno una minoranza sulla terra dei propri padri. Questo, eventualmente, potrebbe non essere un male nel momento in cui si tiene a mente che ogni cultura ha le sue radici più o meno profonde, i propri usi e i propri costumi e che questi vanno profondamente rispettati da coloro che in realtà sono semplicemente degli ospiti.
Noi abbiamo la responsabilità di difendere la nostra società dalla distruzione molecolare e di salvaguardare la nostra cultura. Gli Italiani hanno una storia nazionale secolare ma il nostro retaggio affonda le sue radici millenarie nella Magna Grecia giungendo attraverso i secoli al Risorgimento e la conservazione delle nostre tradizioni è un ben preciso obbligo di cui abbiamo il dovere di farci carico perché il venirne meno, e qui mi richiamo ai valori a noi tutti tanto cari, significherebbe dimenticare tutti i sacrifici che i padri della patria hanno dovuto compiere per renderci quello che oggi siamo. In quella che è la mia “forma mentis” dobbiamo difendere le tradizioni, la cultura, i valori e perché no, le radici cristiane della nostra società, che certo ci insegnano la tolleranza e non mi riferisco tanto all’importante tema dei crocefissi nelle scuole (da non sottovalutare comunque, perché se a casa mia c’è affisso al muro un Crocefisso, chi si sente offeso per questo può tranquillamente rimanersene a casa propria) quanto più che altro al fatto che sui barconi che partono dal porto di Derna sventolino le bandiere nere dell’ISIS che, e i più recenti fatti violenti ne sono la riprova, di tollerante hanno ben poco.
Ma facendo poca filosofia e tornando ai fatti, esaminiamo anche i dati penitenziari: secondo i dati ISTAT inerenti l’anno 2009 (ultimi disponibili sull’argomento) su una base percentuale di immigrati in Italia di molto inferiore a quella odierna, il 45 % degli entrati in carcere non era italiano e lascio l’approfondimento del tema, in quanto ne è parte integrante, a chi ritiene di dover riflettere sulla problematica «relativa all’emergenza interculturalità».
Questi sono i risultati del modello aberrante di interculturalità assistenzialistica e anti-identitaria che qualcuno vorrebbe proporci. Nessun cittadino di buon senso, credo, voglia mettere a rischio i propri figli e le proprie famiglie, in nome di ideali di fratellanza che poi sfociano nella negazione dei diritti basilari e citando sempre qualche dato ricordiamo che, sempre nel 2009, il 39% dei reati sessuali e il 36% degli omicidi è stato commesso da immigrati.
L’errore di fondo, ovviamente, non sta nell’accoglienza , ma nelle modalità criminogene e creatrici di odio sociale, perché è un dovere degli italiani aiutare, anche alla luce del nostro passato con le valigie di cartone in mano, alla ricerca di un luogo che ci offrisse speranza; ma aiutare non significa consentire che migliaia di disperati partano dalle coste africane con in mente il sogno europeo, fare sbarcare i superstiti, che comunque non riusciremo mai ad assorbire nel tessuto sociale e lavorativo, per poi farli odiare dalla popolazione,- perché se ancora non se ne è resa conto, in Italia cresce sempre più l’intolleranza- costringendoli anche a delinquere per andare avanti, o nel migliore dei casi fare spendere milioni di euro agli enti pubblici per poterli mantenere negli hotel a scapito degli italiani, con una spesa mensile per immigrato, ben più sostanziosa della pensione minima con cui vive un pensionato italiano, costretto sin troppo spesso ad andare a mangiare alla caritas. Dunque, il vero aiuto che possiamo prestare è ricreare a livello internazionale le possibilità per questa gente di non dover abbandonare le proprie case e di poter vivere una vita dignitosa nei propri paesi di origine ma a farlo non può e non deve essere solo l’Italia, sebbene costretta da accordi internazionali capestro che qualche folle ha ratificato, vedi la carta di Dublino, ma è una problematica che deve essere internazionalizzata nelle dovute sedi, siano esse europee e mondiali.
«Non credo che i Calabresi siano razzisti» si legge ad un certo punto nella nota diffusa dalla dott.ssa Lento , frase fuori luogo, almeno per quanto mi riguarda, giacché la cultura della tolleranza mi è stata inculcata sin dalla più tenera età da coloro che sono realmente i miei educatori e non da coloro che si spacciano per tali: i miei genitori e la mia famiglia che mi hanno sempre tenuto accanto a loro, seguendomi e curandomi con amorevole affetto e insegnandomi il principio della solidarietà sociale. Dal mio punto di vista, dunque, affermare pubblicamente che prima di essere solidali con chi ci è lontano, in ogni senso, è naturale essere solidali con coloro che soffrono a fianco a noi, è semplice buonsenso e non razzismo, come erroneamente ritiene Lei, sempreché non ritenga prioritario guardare agli immigrati piuttosto che alle famiglie che vivono in stato di indigenza, ai pensionati minimi, ai giovani italiani disoccupati, alle giovani coppie che non possono mettere su famiglia perché un tetto sotto cui vivere non ce l’hanno e le case popolari, in particolare al nord, sono quasi tutte attribuite ad immigrati e nomadi. Ovviamente ognuno ha le proprie priorità, però tacciare qualcuno di razzismo, nel momento in cui le opinioni divergono è, per ciò solo, intollerante e potenzialmente discriminatorio.
Vorrei però riflettere insieme a tutta la cittadinanza sulla problematica che la dottoressa ha palesato relativamente al complesso tema della multiculturalità. Il nostro territorio non può crescere se manca, prima di ogni altra cosa, la solidarietà sociale e un genuino senso di comunità. Come potrebbe la nostra società sperare di migliorare la propria condizione se, anziché pensare al benessere della comunità, si focalizza l’interesse dei consociati su problematiche diverse che, per quanto gravi possano essere, da un punto di vista di buonsenso non sono prioritarie, alla luce delle difficoltà sociali che stiamo affrontando. Con tutto il rispetto per gli immigrati che versano in condizioni di precarietà, io vorrei vedere i ragazzi delle scuole interessarsi degli anziani, dei diversamene abili, di quelle categorie deboli dimenticate dalle istituzioni, perché sono sofferenze silenziose che non danno spazio sui giornali e su cui non è possibile lucrare, eppure così vicine a noi.
Concludo, invitando la dott.ssa Lento, che ringrazio però per questo, a preoccuparsi meno del rischio «di plagio» che su di me incomberebbe e un po’ di più della rappresentazione distorta della realtà che si rischia di trasmettere agli studenti, perché io da libero cittadino e libero pensatore, volendo, potrei anche ideologizzarmi, ma , vorrei ricordarle che, prima di ogni altra cosa, la scuola come istituzione ha il dovere di rispettare i valori che i nostri ragazzi hanno ricevuto dalla sana educazione familiare e forse dovrebbe imparare ad ascoltarli un po’ di più, per evitare un “indottrinamento”, perché così potrebbe definirsi l’ “insegnamento unilaterale a carattere parziale”, che non tiene in debito conto la diversità di opinioni, che è la vera ricchezza della nostra società.
Infine mi voglio rivolgere direttamente agli studenti, persone genuine, mature e, nonostante la dott.ssa Lento creda che sia suo compito insegnare «a guardare oltre la punta dei piedi», libere e in grado di valutare con la propria intelligenza. Lottate per quello in cui credete, non lasciate che qualcuno vi tratti come contenitori acritici da riempire a piacimento, che qualcuno vi imponga un modo di vedere la realtà unidirezionale e distorta dalla propria storia personale o da diversi interessi. La grandezza degli studi che fate è proprio questa: non accettare mai che la propria intelligenza sia offesa dall’ipocrisia del politicamente corretto, ma avere le proprie idee, il coraggio di esprimerle, la forza di difenderle e la voglia di confrontarle con quelle altrui, perché questo sta alla base del concetto stesso di libertà.
Con i migliori auspici nei confronti degli studenti ancora dietro i banchi di scuola e con il rispetto che nutro per l’Istituzione che Lei rappresenta, rivolgo i migliori auguri a tutto il Liceo Classico di Tropea, ricordando che la verità va si ricercata in modo dialettico, ma esplorata nel civile e corretto confronto e nel più pieno rispetto degli altri, perché è così che maturano le idee. Battiamoci sempre per ciò in cui crediamo, tenendo però, sempre ben presente la massima di Voltaire “non condivido ciò che dici, ma mi batterò sempre affinché tu possa liberamente dirlo”.

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