Il museo archeologico del Poro

Un team di professionisti sta portando avanti il progetto

Il promontorio presenta enormi potenzialità di valorizzazione

Vaso biconico ritrovato nella zona di Cavavigne a Torre Galli - foto Mazzocca
Vaso biconico ritrovato nella zona di Cavavigne a Torre Galli - foto Mazzocca
“Il museo archeologico del Poro presto aprirà le sue porte”. A dirlo è l’architetto Rosa Pugliese, consigliere comunale e membro del team di professionisti che sta portando avanti il progetto per la realizzazione del tanto atteso museo, che raccoglierà gran parte dei reperti preistorici ritrovati nei comuni del promontorio del Poro.
I locali, situati in alcuni stabili dismessi a S. Angelo di Drapia sono, almeno in parte, già funzionali per ospitare il museo.
“Cercheremo – continua l’architetto – di completare l’opera al più presto, grazie anche al coinvolgimento dei ragazzi delle scuole.
Nella sezione dell’edificio già compiuta, intanto, sistemeremo a breve i primi reperti.”
Si rende necessario adesso catalogare tutti i resti a disposizione, almeno quelli più significativi, da collocare nel nuovo museo.
A questo scopo, nei giorni scorsi, è stato chiamato l’archeologo Massimo Cardosa, professore presso l’accademia di Brera e collaboratore ventennale con la sovrintendenza ai BB.AA. della Calabria.
I choppers, pietre in granito, i primi utensili dei primitivi - foto Mazzocca
I choppers, pietre in granito, i primi utensili dei primitivi - foto Mazzocca
Cardosa si è trovato davanti un numero altissimo di resti, vasi, monili, armi, che, cronologicamente, oscillano da un milione a tremila anni fa, ossia dal paleolitico inferiore arcaico all’età del ferro. Gran parte dei ritrovamenti sono attualmente raccolti dai membri dell’associazione ‘Paolo Orsi’, un’unione locale che ha il merito di aver contribuito a buona parte dei ritrovamenti e che ha attualmente la responsabilità di custodire un tesoro che non ha ancora una casa. Inoltre tutti i reperti sono frutto di ritrovamenti di superficie e non di scavi: questo è un dato fondamentale per comprendere la densità dei materiali presenti sul territorio e l’importanza che questi ricoprono. “Si tratta di migliaia e migliaia di reperti – spiega l’archeologo Cardosa – e c’è abbastanza materiale per riempire un grande museo. Si renderà necessario ottimizzare tutti gli spazi che attualmente abbiamo a disposizione.”
Il promontorio del poro è infatti un’area che presenta enormi potenzialità di valorizzazione scientifica e culturale per l’elevata densità dei reperti rinvenuti, sia negli scavi effettuati da Paolo Orsi negli anni venti in zona Torre Galli a Caria, sia a partire dagli anni ’70 con le scoperte della sovrintendenza calabrese, dei professori Gambassini e Pacciarelli e con i ritrovamenti dell’associazione ‘Paolo Orsi’ (dedicata appunto all’archeologo sopra citato), che permettono di ricostruire l’intera evoluzione preistorica dal tardo neolitico all’età del ferro.
É un esempio di ascia in pietra che veniva soprattutto utilizzata nelle miniere - foto Mazzocca
É un esempio di ascia in pietra che veniva soprattutto utilizzata nelle miniere - foto Mazzocca

Un numero talmente elevato di resti che l’archeologo Massimo Cardosa dovrà tornare a completare il suo lungo lavoro di catalogazione e di scelta dei materiali più significativi.

foto 1: Si tratta di un vaso biconico ritrovato nella zona di Cavavigne a Torre Galli (Caria di Drapia), un territorio in cui sono state ritrovate tombe e urne cinerarie. Particolarità di questo vaso è che è stato ritrovato con le ceneri originarie. Si tratta di un reperto risalente alla prima età del ferro, cioè al IX sec. a.C.

foto 2: I choppers (in primo piano) sono pietre in granito e sono i primi utensili dei primitivi. Siamo a cavallo tra i 700 mila e i 900 mila anni fa. Sullo sfondo si trovano alcuni monili (quelli a mezza luna): erano le spille con cui le donne fermavano le proprie vesti e alcune punte di lancia.

foto 3: Siamo nel 3000 a.C.. É un esempio di ascia in pietra che veniva soprattutto utilizzata nelle miniere. Veniva quasi sempre “immanicata”, ossia veniva legata con della corda ad un manico, presumibilmente di legno.

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