Quattro chiacchiere con Alessandro Stella

Sabato 23 alle 18:30 nel giardino del Museo Diocesano

In occasione della presentazione di sabato de “Il pianto del monachello” abbiamo rivolto qualche domanda al nostro storico collaboratore

Sabato 23 settembre, nel giardino del Museo Diocesano, si terrà la presentazione de “Il pianto del monachello” il nuovo romanzo -edito dalla Pellegrini- di Alessandro Stella, nostro storico collaboratore.
Per l’occasione saranno presenti due relatori d’eccezione: Alberico Guarnieri, critico letterario e saggista, autore di numerosi volumi sulla letteratura italiana; Pantaleone Sergi, docente di Storia del giornalismo all’Università della Calabria, giornalista e scrittore.
In vista dell’incontro abbiamo rivolto qualche domanda al nostro Alessandro Stella.

Allora, come sta andando la promozione dell’ultimo romanzo?
Tutto sommato, bene. Non ho avuto la possibilità di dedicargli molto tempo per via di numerosi impegni lavorativi, ma prevedo un autunno ricco di presentazioni in tutta la regione, sperando sempre di partecipare a qualche concorso letterario in giro per l’Italia.

Perché hai scelto di cambiare genere dopo il giallo con cui hai esordito?
Perché il giallo è un genere che apprezzo in quanto accanito lettore, ma il romanzo è un genere che amo visceralmente, in particolare le opere di Carmine Abate. Inoltre tendo a soffermarmi molto sui personaggi e mi piace inserirne sempre nuovi, una pratica che cozza un po’ con il giallo, dove la cerchia per trovare il colpevole deve essere molto ristretta, altrimenti il lettore va in confusione. 

A proposito: come sta Luca Fazio (protagonista de “La donna di Susa”)?
Direi che se la passa bene, anche se i suoi squilibri mentali continuano a condizionarlo. Spero che nel 2018 possa raccontarvi uno strano caso di suicidio in quel di Elpìde. 

Ne “Il pianto del monachello” hai deciso di partire da un’antica leggenda. Perché?
È una leggenda che tutti conoscono al sud. Quando ero piccolo, tra noi bambini veniva sempre nominato ‘u monaceu per spiegare fatti irrazionali. Nasciamo e cresciamo con il mito del monachello e, in qualche modo, ci rappresenta. Il romanzo, però, non è un saggio antropologico: utilizzo il cappuccio dello spiritello come metafora per indicare quella felicità sempre inseguita ma mai raggiunta dal protagonista, almeno fino all’inaspettato epilogo. 

Ecco, a proposito, che cos’è per te la felicità?
Mi sono posto questa domanda milioni di volte, così come se la sono posta prima di me gli uomini di ogni epoca. Se l’uomo l’ha sempre inseguita e non è mai stato in grado di tracciare una via percorribile da tutti, sorge il dubbio perfino sull’esistenza della felicità stessa.
Aggiungo che i due argomenti più dibattuti nelle filosofie di tutto il mondo sono la felicità e Dio, il che mi fa ipotizzare che i due elementi corrispondano e che solo pochi eletti siano in grado di raggiungerli.

Quindi, sei felice?
Considerato quello che ho appena detto, no. Però sono sereno, perché ho imparato a guardarmi dentro, a capire i miei limiti e, soprattutto, a perdonarmi: una pratica sottovalutata da molti, ma fondamentale per rapportarsi agli altri e aspirare a intravedere un piccolo raggio di felicità anche quando il buio sembra prevalere.

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Caterina Sorbilli
Caterina Sorbilli
Docente nelle scuole del I ciclo, collaboratrice storica di Tropeaedintorni.it, è giornalista pubblicista iscritta all'albo professionale dell'Ordine dei giornalisti della Calabria nell'elenco pubblicisti.