Sopravvivere alla minaccia nucleare

Rubrica quotidiana a cura di P. Salvatore Brugnano

Storie belle… per vivere meglio

Sopravvivere alla minaccia nucleare.

Il clima di escalation e di minaccia nucleare che va avanti da settimane comincia a preoccupare seriamente il mondo. Può servire a qualcosa riproporre video della immane tragedia di Hiroshima  e storie di sopravvissuti? Forse sì. Ma occorre trovare la forza della preghiera, occorre che l’uomo accetti di deporre il suo ostinato senso di “onnipotenza”. Giunti a questo punto assolutamente non possiamo ignorare l’invocazione disperata di Pietro che affondava e gridava:  «Signore, salvami!». 

Dal Vangelo di questa domenica (Mt 14,22-33)
Dopo che la folla ebbe mangiato, subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

La memoria
Keiko Ogura, una sopravvissuta all’atomica di Hiroshima era una bambina: “L’orrore che ho visto a otto anni oggi non è ancora finito”…. Chi c’è ancora muore di cancro, siamo stati un esperimento… Se in cielo incontrerò le altre vittime sarò costretta a dire loro che non siamo ancora riusciti a liberare la terra dall’atomica».
♦ «Avevo 8 anni quando esplose la bomba», dice la signora Keiko Ogura, 78 anni.
Poi, comincia il suo racconto, che ripete paziente da decenni. Si concentra, inizia a parlare con frasi che sembra avere imparato a memoria, fra il bisogno di proteggersi dal passato e quello di non permettere che si dimentichi. «Ero a casa, 2,4 chilometri a nord dall’epicentro dello scoppio. Mio padre aveva voluto che restassi a casa; erano passati molti aerei nei giorni precedenti e temeva iniziassero i bombardamenti – scoprimmo dopo che si trattava di voli di ricognizione. Erano le 8 e un quarto di mattina: fui colpita da una luce fortissima e violenta, che mi scaraventò a terra, svenuta».
♦ «Quando ripresi conoscenza tutti i vetri erano in mille pezzi, i mobili erano in frantumi. Mio fratello maggiore, come molti altri ragazzi, era stato mandato a costruire muri tagliafuoco, perché si temeva che anche Hiroshima avrebbe subito i bombardamenti che avevano carbonizzato Tokyo. Così molti studenti erano nel centro della città, e lì sono morti. Mio fratello vide l’aereo e poi, l’esplosione. Per tornare a casa dovette salire sulla collina, da dove vide la città completamente in fiamme. Hiroshima bruciò per tutta la notte e tutto il giorno dopo.
♦ Eravamo confusi, perché per bruciare una città intera ci sembrava ci fosse bisogno di molte bombe, e ne era caduta una sola. Poi arrivarono i superstiti. Camminavano come fantasmi: tenevano le braccia in avanti mentre la pelle cadeva a brandelli. Avevano addosso solo lembi di vestiti bruciati, erano così sfigurati, gonfi e ustionati da essere irriconoscibili. Alcuni avevano i capelli dritti sulla testa, erano quasi nudi, con i corpi così malridotti che non si capiva se fossero uomini o donne.
♦ All’inizio, nessun medico era in grado di aiutare nessuno: pensavano che si fosse trattato di un qualche gas velenoso, non si sapeva come soccorrere i sopravvissuti. Eravamo un esperimento».
♦ «I feriti più gravi chiedevano acqua disperatamente. Io sapevo che non si doveva dare acqua agli ustionati, ma le loro grida erano troppo insistenti e ho portato acqua ad alcuni di loro. Mi sento colpevole della loro morte», dice, improvvisamente confusa, stringendo le labbra e sbattendo le palpebre: «Non ho mai potuto dimenticarlo».
♦ Poi si riprende e prosegue: «Non avevamo niente per aiutarli. Alcuni mettevano fettine di patate sulle bruciature, ma la vera lotta era contro la fame. Altri ragazzi della nostra età erano stati evacuati sulle montagne. Tornarono scoprendo di essere diventati orfani, e che le loro case non esistevano più. Anche per molti di loro però la distanza non era stata sufficiente: perdevano i capelli, avevano nausee fortissime, poi sopravveniva la febbre e morivano. Il fiume era pieno di cadaveri».

Dopo… siamo rimasti segnati.
Nel 1995 fui invitata a Washington per la mostra sull’Enola Gay, l’aeroplano che sganciò la bomba. Appena l’ho visto sono scoppiata a piangere. C’era la televisione giapponese e quando sono tornata in albergo mi ha chiamato mio fratello. “Il Giappone intero ti ha vista piangere!”, mi ha sgridata. “E adesso? Tutti sanno che siamo sopravvissuti… Dovrò spiegarlo a mia suocera”, ha detto.
Perché vede, chi sapeva del nostro passato aveva paura che fossimo sterili, o che avremmo messo al mondo dei disabili. La nostra vita non è mai stata normale, questa non è un’arma umana. Abbiamo convissuto con i controlli medici e visto gli altri soccombere al cancro uno dopo l’altro.
In certi casi, come in quello di mio fratello, ci è voluto del tempo, ma è morto anche lui di cancro. Come gli altri».

♦♦ Keiko Ogura continua a rilasciare a interviste, nonostante il dolore: «Settant’anni dopo non abbiamo fatto progressi sull’eliminazione delle armi atomiche. Ci sono migliaia di testate nucleari al mondo.
Morirò presto e se in cielo incontrerò le altre vittime sarò costretta a dire loro che non siamo ancora riusciti a liberare la terra dall’atomica».

Pubblicato su Stampa Mondo il 06/08/2015

“Siamo pronti a una guerra nucleare”…. “Le misure militari sono ora state allestite in pieno e pronte a colpire…” – Usa e Nord Corea si lanciano minacce reciproche… Il clima di escalation e di minacce che va avanti da settimane preoccupa il mondo. Papa Francesco lancia continui appelli per la “pace in Asia, soprattutto nella Penisola coreana”. A questo punto assolutamente non possiamo ignorare l’invocazione disperata di Pietro che affondava: «Signore, salvami!».

 

 

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