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Tra fede e folklore

“I tri da’ Cruci”

Riscoprire nelle tradizioni popolari antiche radici di fede

Il “Cameuzzu ‘i focu” – foto Libertino

 

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IL CULTO DELLA CROCE. Le origini del culto della Croce risalgono al IV secolo d. C., quando la Chiesa, sotto Silvestro I, scelse il 3 maggio come giorno della propria liturgia per venerare una parte della Croce di Cristo che era stata portata nella città eterna da Elena, madre di Costantino il Grande.
Secondo lo storico Francesco Sergio, vissuto tra il 1642 e il 1720, tale culto sarebbe stato praticato a Tropea sin dal 1120. Ai fini del culto, nel XVII secolo fu edificata una piccola chiesa a forma cilindrica nell’attuale Via Umberto I che, secondo Giuseppe Chiapparo, “a vederla dava l’idea di una piccola torre”. Secondo alcuni, sulla porta della chiesetta era posta una croce intorno alla quale i fedeli – prima di accedere nella chiesetta per le sacre funzioni – avrebbero usato girare tre volte. Tale usanza si protrasse sino al 1783, anno in cui un terremoto lesionò la struttura sacra in più parti. A seguito dei restauri, la chiesa avrebbe acquisito una caratteristica struttura a tre coni e sull’altare sottostante sarebbero state allineate tre croci lignee. Ma nel 1875 un violento uragano provocò il definitivo crollo dell’edificio, ed in quel luogo i Tropeani costruirono una piccola edicola dedicata alle anime del Purgatorio – dove venne affisso un quadro ad olio della Pietà – mentre le tre Croci sarebbero state trasferite nella chiesa prospiciente.
I TRI DA’ CRUCI. Stando a ciò, se l’origine della festa locale potrebbe tranquillamente essere ascritta all’XII secolo, ancora poco chiara è l’origine del nome. Potrebbe risalire alla data in cui venne fissato il culto, cioè il giorno 3 della Croce, o magari ai 3 giri della Croce appena accennati, oppure, ancora, si riferirebbe a quelle 3 Croci lignee della tradizione che, probabilmente, venivano portate da 3 uomini in processione con la simbolica allusione al Golgota, uno dei luoghi più sacri per il mondo cristiano.
SACRO E PROFANO. All’antica tradizione cristiana della festa si aggiunsero nuovi elementi, strettamente legati al sentimento di rivalsa delle popolazioni locali sul mondo musulmano. Gli invasori, infatti, terrorizzarono a lungo gli abitanti delle coste meridionali dell’Italia e ne vessarono le popolazioni in uno stato di sottomissione anche per mezzo di continue azioni di pirateria. Forse proprio per dimenticare quel periodo di soprusi, in cui l’esattore turco riscuoteva i balzelli tra il popolo di Tropea e dei suoi casali montando un cammello, tale festa venne arricchita da elementi profani tesi a mettere in ridicolo proprio quel tipico animale del mondo islamico. Questa fu quindi l’origine del “cameuzzu ‘i focu”, un fantoccio di cartapesta modellato su una struttura di canne, sorretto da una persona che danza al rullo di tamburi e dato alle fiamme per mezzo di fuochi artificiali.
LA BATTAGLIA DI LEPANTO. Altri simboli legati a quel contesto culturale caratterizzano la festa tropeana. Si tratta di una barca di carta colorata e di una colomba bianca, che vengono fatte esplodere alla fine della serata. Alcuni vedono nella barca il lontano ricordo di un tranello dal felice esito, che i tropeani avrebbero teso tra gli scogli ad un’imbarcazione turca. Dallo stesso episodio prenderebbe pure il nome lo scoglio di “gabbaturchi”. Sembra però più verosimile che la barca abbia un preciso riferimento alla vittoriosa battaglia navale dei cristiani contro i turchi, combattuta nello stretto di Lepanto il 7 ottobre 1571. Alla battaglia lepantina, secondo la tradizione, avrebbero partecipato, distinguendosi per valore, oltre un migliaio di soldati tropeani sotto il comando del colonnello Gaspare Toraldo. Secondo la leggenda, inoltre, i superstiti della battaglia vollero informare i concittadini della vittoria della Santa Croce sulla mezzaluna musulmana. Per far ciò inviarono una colomba verso casa e da questa furono preceduti nel loro viaggio di ritorno. Una relazione presentata nel 1571 dal capitano di Marina Sebastiano Veniero al senato veneto documenta la partecipazione tropeana alla battaglia lepantina, testimoniando la presenza di 200 soldati tropeani sotto il comando del capitano Stefano Soriano, mentre il Gaspare Toraldo della leggenda si distinse in questa battaglia per aver sconfitto presso Capo Stilo una galeotta musulmana di 18 rematori ed aver fatto ben 30 prigionieri, tra i quali era il rais Zesbinassan.
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Francesco Barritta
Docente ordinario di Lingua e letteratura italiana e Storia presso il Nautico di Pizzo (VV), è giornalista iscritto all'albo professionale dell'Ordine dei giornalisti della Calabria, elenco pubblicisti. Ha diretto varie testate giornalistiche, tra cui Tropeaedintorni.it