Tumori a Tropea: la riflessione

Sui muri della città si alternano ciclicamente i manifesti funebri

Ospedale di Tropea - foto Libertino
Ospedale di Tropea – foto Libertino

Di fronte all’ennesima, tragica notizia di una vita prematuramente recisa, dopo mille e mille ripensamenti, non ho resistito e ho deciso di indossare insieme i panni da cronista e quelli di semplice cittadino, di uomo e soprattutto di padre, toccato da un tema che miete vittime settimanalmente nel nostro piccolo territorio.
Non è mia intenzione provocare stati d’ansia nei lettori, né tantomeno allarmare la popolazione. Ho solamente voluto raccogliere dei semplici dati, numeri che mi hanno portato a conclusioni che dovrebbero fare riflettere chiunque, ma che, in realtà, resteranno un semplice articolo su un anonimo sito di provincia.
La situazione a Tropea non è delle migliori. Sui muri della città si alternano ciclicamente i manifesti funebri, caratterizzati da ogni tipo di età. Ragazzi, adulti, anziani. Il male non guarda la carta d’identità. Arriva e ti porta via. Senza salutare, senza permetterti di rivolgere per l’ultima volta lo sguardo a chi ti ha accompagnato nella vita e nella malattia.
Per quanto mi riguarda, non serve andare troppo lontano per dimostrare la vastità del male, né scomodare terze persone. La piccola ricerca da me condotta inizia proprio da casa mia: la mia famiglia d’origine, composta da cinque persone, mio padre, mia madre, me e altri due fratelli. In questo piccolo nucleo familiare, ben due persone su cinque si sono ammalate di cancro.
Mia madre, residente da un paio d’anni in Lombardia, fu la prima ad ammalarsi, quarant’anni fa. Data per spacciata dai medici, venne operata all’intestino, non seguì alcuna terapia e fu licenziata, in attesa della fine che si sarebbe dovuta materializzare da lì a pochi giorni. Fortunatamente i giorni si trasformarono in settimane, poi in mesi, poi in anni. Ed oggi, a raccontarvelo, c’è chi non sarebbe dovuto neppure essere nato.
A distanza di anni, il problema suona nuovamente al campanello di casa nostra. Questa volta, ad aprire la porta, è mio padre. Operato anch’egli all’intestino, metastatico, segue i protocolli canonici: chemioterapia (devastante), analisi del sangue, tac etc. e, infine, l’inevitabile addio.
Due casi su cinque persone. In termini statistici vuol dire il 40%. Se lo rapportassimo alla popolazione italiana, avremmo 24 milioni di malati di cancro. Cifre apocalittiche.
L’esempio non è sufficiente, direte voi. Sfortuna, predisposizioni genetiche (in questo caso però di NON consanguinei) ed altri fattori potrebbero aver influito. Non ci si può basare su sole cinque persone – di cui una residente altrove – rispetto ad una popolazione di seimila abitanti. E allora allarghiamo il raggio d’azione: prendiamo come campione la popolazione di un particolare quartiere tropeano. Per motivi di privacy non rivelerò la zona in questione né i nomi delle persone interessate.
Mi limiterò ad analizzare due sole “scale” dell’area interessata: la “Scala A” e la “Scala B”. La prima ha visto alternarsi al suo interno venti famiglie in circa trent’anni. I nuclei che vi hanno soggiornato più a lungo sono sette, per un ammontare di ventidue membri. I casi totali di tumori accertati sono sette, e ben sei riguardano soggetti che hanno risieduto nella zona per più tempo. 6 malati accertati su 22 persone, il 27% circa. Allargando la statistica a tutti i residenti, arriviamo a 7 casi su 51, il 13,7%.
Spostiamoci nella “Scala B”: qui le famiglie sono undici, i casi provati sono cinque, su un totale di diciotto persone. 5 malati accertati su 18, anche qui il 27%. Più in generale, 5 casi su 34, il 14%.
Numeri che si discostano dal 40% della mia famiglia, ma che fanno comunque paura. Ragionando – per assurdo – sempre in termini nazionali, si parlerebbe di più di 8 milioni di persone affette da neoplasie. Fantascienza.
Non è ancora sufficiente, direte voi. Allora allarghiamo ulteriormente il raggio d’azione all’intera popolazione tropeana.
Alt. Stop. Ferma. La mia ricerca si deve arrestare qui. Non è possibile andare oltre. Dovrei contattare ogni singola famiglia di Tropea e chiedere quanti casi di cancro siano stati registrati in ogni nucleo. La privacy, l’etica e la sensibilità verso chi ha sofferto o soffre tuttora me lo impediscono.
Per proseguire potrei consultare il Registro Tumori, un organo che ha il compito di raccogliere informazioni sui malati di cancro residenti in un determinato territorio. Peccato, però, che la provincia di Vibo Valentia ne sia sprovvista. E risulta essere l’unica provincia di tutto il Sud Italia completamente scoperta dal servizio (come si evince dalla mappa seguente http://www.registri-tumori.it/cms/copertura-new).
Quindi, per forza di cose, mi devo fermare qui. Non posso fornirvi altri numeri. Numeri che, sicuramente avrebbero smontato la mia allarmante tesi, avvicinando la percentuale da me raccolta alla media nazionale: un “rassicurante” 4%, 240 persone su 6000.
Per finire, vi lascio con una piccola riflessione su un dato fornito dall’Aiom (Associazione Italiana di Oncologia Medica): secondo l’ente, la percentuale di sopravvivenza a cinque anni per i malati di cancro è pari al 57%, tasso in netta crescita rispetto al passato. Dato senza dubbio positivo, visti i precedenti. Per forma mentis, però, sono portato a leggere il dato capovolto: il 43% dei malati di cancro muore entro i primi cinque anni dalla diagnosi. Vuol dire che su 2 milioni e 400 mila malati (4% della popolazione), muore più di 1 milione.

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Alessandro Stella
Alessandro Stella

Scrittore, ha pubblicato i romanzi “La donna di Susa” e “Il pianto del monachello” per Pellegrini editore. Collaboratore della testata Tropeaedintorni.it, è giornalista pubblicista iscritto all’albo professionale dell’Ordine dei giornalisti della Calabria nell’elenco pubblicisti.