Ugo Foà parla agli studenti vibonesi

“Mi hanno privato della scuola”

La testimonianza offerta grazie all’associazione Pensieri, musica e parole di Giovanna Congestrì

Il dirigente scolastico Barbuto, la presidente Congestrì e Foà
Il dirigente scolastico Barbuto, la presidente Congestrì e Foà
IMG_0037-300x225
Un momento dell’intervento

L’eminente membro della comunità ebraica di Roma Ugo Foà ha portato la sua testimonianza come vittima della Shoah presso i locali della scuola media “Murmura” di Vibo Valentia. La presenza di Foà è stata resa possibile dall’associazione “Pensieri, musica e parole” e dalla sua presidente Giovanna Congestrì, in collaborazione con il professor Antonio Romano, docente di lettere presso l’istituzione scolastica.
Per poter essere presente all’iniziativa organizzata presso la scuola vibonese, Foà ha anche rinunciato a partecipare alle manifestazioni capitoline per la giornata della memoria, in corso di svolgimento, e ad essere ricevuto dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, assieme ad altri superstiti delle leggi razziali e delle persecuzioni nazi-fasciste.
È stato un incontro altamente formativo, rivolto ai ragazzi frequentanti le classi terze dell’istituto secondario di primo grado ed aperto anche ad alcune delegazioni di studenti delle scuole superiori della cittadina capoluogo di provincia. Inoltre, al termine dell’incontro, Foà si è dimostrato molto disponibile e ha incontrato anche i ragazzi delle classi seconde.
L’incontro è stato aperto dal dirigente scolastico Pasquale Barbuto, che ha introdotto l’illustre ospite ed ha poi lasciato la parola alla moderatrice, la dottoressa Congestrì.
Dopo la visione di un documentario sul campo di smistamento di Fossoli di Carpi, vicino Modena, dal quale passò anche Primo Levi, è stata la volta dell’ospite d’onore.
Foà ha raccontato ai ragazzi la sua esperienza di giovane studente, a partire dal 1938, anno in cui furono applicate le prime leggi razziali. A quell’epoca Foà aveva appena dieci anni, viveva a Napoli con i suoi fratelli e i suoi genitori. Famiglia che ben presto, sarebbe stata smembrata: il padre fu costretto a trovar lavoro in Africa, mentre il fratello, appena maggiorenne e con un diploma in tasca, dovette andare a trovare fortuna in America.

L'uditorio attento degli studenti
L’uditorio attento degli studenti

Parlando della propria esperienza personale, Foà ha spiegato ai ragazzi come gli fu negato di andare a scuola e di vivere quindi una parte importante della propria infanzia. “La mia prima reazione fu il pianto”, ha ammesso ai ragazzi, spiegando inoltre che “non era infatti concesso a nessun ebreo frequentare le scuole pubbliche, né come insegnate, né come alunno”. La città di Napoli contava allora circa 300 ebrei e perciò le famiglie cercavano di organizzarsi per fare in modo che i figli potessero studiare a casa. “Al termine di ogni anno – ha spiegato Foà ai ragazzi -facevamo gli esami da privatisti. Al momento dell’appello, quando arrivava il mio turno, il docente precisava ‘di razza ebraica’ e io, inoltre non potevo sedermi dove volevo, dovevo sedermi in un banco da solo, in fondo all’aula, in disparte”.
Le sue commoventi testimonianze hanno toccato il cuore dei ragazzi, che al termine dell’incontro hanno rivolto alcune domande a Foà
Prima di concludere, però, l’ospite dell’Ic Murmura ha voluto raccontare ai giovani un aneddoto legato a uno dei suoi esami, durante il quale una docente, dopo averlo invitato a stare in disparte perché ebreo, si è avvicinata a lui e, dopo avergli dato una pacca sulla spalla gli ha detto “coraggio Foà”. Queste parole bastarono a fargli trovare la forza per superare quel momento difficile.

 

L'intervento di Ugo Foà
L’intervento di Ugo Foà

Quando ha deciso di intraprendere questa esperienza nelle scuole, per portare la sua testimonianza alle nuove generazioni?

Per chi come me ha vissuto quei momenti è stato molto difficile parlarne, anzi ci sono voluti molti decenni, perché all’inizio avevamo i nostri dolori, i nostri lutti, le nostre preoccupazioni e non volevamo parlarne. Era difficile e dura anche dopo aver superato questi traumi. Non se ne parlava anche all’interno delle famiglie perché c’era il desiderio di rimuovere, per quanto fosse difficile farlo con certi eventi. Sono passati molti anni di silenzio, che non hanno fatto certo dimenticare quello che abbiamo vissuto. Ma la riflessione, a livello personale, ci ha fatto capire che era importante parlarne, perché più tempo passava e più si correva il rischio che si perdesse la memoria. E allora, parlando con amici, abbiamo deciso che bisognava raccontare e lasciare questa nostra testimonianza soprattutto ai giovani, perché sono fermamente convinto che senza memoria non si acquista coscienza e una società priva coscienza rappresenta un grande rischio.

Cosa rappresenta, per lei, la memoria di quei giorni?
La memoria è per me la medicina della democrazia. Delle legge razziali antiebraiche, che per noi Italia sono entrate in vigore tra il 1938 e il 1945, noi abbiamo iniziato a parlarne soltanto dopo cinquant’anni. Non nascondo che i primi incontri sono stati pesanti, perché venivamo sopraffatti da emozione e commozione. Ogni famiglia ha avuto i suoi periodi più o meno duri, ma quelli sono stati momenti difficili per tutti: ci sono state famiglie con otto-nove deportati, persone uccise. A Roma, ad esempio, il 16 ottobre ne hanno arrestati 1022 e ne sono tornati solo 16.
Ma se siamo arrivati al 2000 perché venisse approvata la legge istitutiva della Giornata della Memoria, vuol dire che anche il governo ci ha messo tanti anni per arrivare a parlarne. La giornata viene ormai celebrata quasi in tutte le scuole. Ci sono eventi istituzionali, concerti, manifestazioni, ma per me è importante soprattutto il contatto con i ragazzi.

Cosa ha avuto lei in cambio da queste esperienze con i ragazzi?
Inizialmente era duro, ma posi si acquista maggior serenità e forza. Noi stiamo seguendo questi incontri da anni e siamo definiti “testimoni” delle leggi razziali. Ci sono pochissimi testimoni dei campi di sterminio e loro hanno la forza di andare a raccontare le cose più tremende che si possano immaginare. Le lezioni che faccio io ai ragazzi mi hanno fatto capire che i ragazzi sono un terreno fertile, sono sensibili, se sono adeguatamente preparati dai docenti. Io attribuisco grande importanza al lavoro che fanno i docenti e le istituzioni, perché i ragazzi così preparati acquistano coscienza e si convincono che ciò che viene detto sui cosiddetti mass media sono fatti effettivamente avvenuti in Italia.

Cosa pensa dei recenti episodi di cronaca contro le comunità ebraiche in Italia?
Episodi come quelli avvenuti recentemente, mi riferisco alle teste di maiale e alle scritte, sono gravi e non vanno sottovalutati. Questo è il compito che spetta alle autorità: ci sono leggi che prevedono cosa sia un reato e perciò i responsabili dovranno essere puniti, ma questi episodi stanno avvenendo proprio in questa settimana e proprio con un maiale, che ha tutto un significato particolarmente offensivo sia per i mussulmani che per gli ebrei.

Perché è importante discutere oggi delle leggi antiebraiche?
Le leggi antiebraiche, che qualcuno definisce qualcosa di non tanto drammatico, sono state però la preparazione della Shoah. Ci sono alcune leggi che sono state finalizzate a realizzare l’eliminazione del popolo ebraico, disegno dell’italia razzista appoggiato dall’Italia fascista.
In Italia ci sono stati episodi molto belli dei cittadini italiani che hanno rimesso la vita per salvare gli ebrei, e molti altri che invece si sono arricchiti denunciando dove si trovassero ebrei, partigiani, antifascisti, ricevendo un compenso che addirittura era diversificato a seconda che si trattasse di un uomo, una donna o un bambino. È importante che si parli anche di questo

Condividi l'articolo