Ho conosciuto un martire, il cardinale Van Thuân

Rubrica quotidiana a cura di P. Salvatore Brugnano

Storie belle… per vivere meglio

Ho conosciuto un martire, il cardinale Van Thuân.

– Nella galleria troppo affollata dei martiri cristiani contemporanei il cardinale Van Thuân occupa un posto di rilievo. – Sollecitato da Giovanni Paolo II a parlare del suo martirio alla giornata mondiale della gioventù di Parigi nel 1997, conquistò il cuore di migliaia di giovani per la bontà che irradiava dal suo sguardo, per il racconto senza rancore, per la testimonianza dalla sofferenza resa pura e luminosa.
– Io lo conobbi di persona nel 1998 al Corso di aggiornamento per missionari itineranti che ogni anno, nel mese di gennaio, si teneva all’Antonianum di Roma. Parlò a tutti noi missionari della sua esperienza vissuta nel campo di prigionia in Vietnam; lo fece con dolcezza e senza alcuna enfasi. E noi ascoltavamo sorridenti e compiaciuti quando rivelava alcuni particolari, piccoli sotterfugi per sfuggire al rigido controllo dei carcerieri. Una volta riuscì ad ottenere un po’ di vino per celebrare l’eucaristia indicandolo come una medicina; la corona del rosario l’aveva costruito usando la sottile corda con cui veniva ammanettato; la croce pettorale l’aveva fatta col filo spinato di recinzione… E infine la liberazione. – Sembrava davvero davanti di stare davanti a uno dei primi martiri della chiesa.

Una comunità di veri cristiani.
♦ Van Thuân nacque in Vietnam nel febbraio del 1928 da una famiglia di antica appartenenza cattolica nella quale frequenti erano stati i martiri. Venne educato alla fede dalla mamma Hiep, eccezionale figura di donna che al figlio trasmise una tenera devozione verso la Vergine Maria e una capacità di perdono senza limiti.
♦ Accompagnò poi la sua crescita nella fede lo zio materno Thuc, sacerdote e futuro vescovo di Hue. Seguendo il suo esempio, nel 1941 entrò in seminario dove ebbe come maestri sacerdoti francesi e vietnamiti. Dai primi apprese una particolare devozione verso santa Teresa di Lisieux e san Giovanni Maria Battista Vianney, dai suoi connazionali una dedizione calma e senza ostentazione alla volontà di Dio.

♦ Ordinato sacerdote nel 1953, venne inviato a Roma per studiare diritto canonico. Colse l’occasione per arricchire le sue conoscenze in arte, in particolare in architettura; visitava per questo sistematicamente le chiese di Roma e d’Italia. Conobbe anche alcuni eminenti laici cattolici tra i quali Amintore Fanfani, Giorgio La Pira e Vittorino Veronese.
♦ Di conseguenza si convinse ancor più del ruolo indispensabile dei laici nella Chiesa. Per questo venne anche in contatto con il movimento dei focolari, in particolare con la fondatrice Chiara Lubich cui lo legava l’amore per l’unità in Dio della famiglia umana. Ritornato in patria, insegnò per breve tempo nel seminario di Hue, di cui presto venne nominato rettore. Sotto la sua direzione venne anche inaugurata la nuova sede del seminario favorendo la crescita umana e spirituale dei candidati al sacerdozio.

Pastore attento e amoroso.
♦ Nel 1963, tuttavia, questa intensa attività del rettore fu turbata da un colpo di stato che portò all’omicidio di suo zio Ngo Dinh Diem, dal 1955 al 1963 primo ministro del Vietnam del sud. Dai comunisti accusato di essere filoamericano, Diem venne sacrificato proprio dagli americani che gli rimproveravano di perseguire una politica poco disponibile alle loro aspettative.

Molto legato allo zio, Van Thuân dovette lottare a lungo per allontanare dal suo cuore i sentimenti d’ira e di rancore.
Nominato vescovo di Na Trang da Paolo VI nel 1967, introdusse nella sua diocesi le riforme del Vaticano II. Istituì per la prima volta i consigli pastorali e creò la commissione per la giustizia e la pace. Insomma, una grande attenzione al mondo laicale e alla vita civile sulle tracce dello zio assassinato.
Avendo studiato a Roma, coltivò i rapporti con il centro della cattolicità e nel 1971 venne nominato consultore del futuro consiglio pontificio per i laici. In tale veste poté visitare più volte la capitale italiana dove ebbe modo di incontrare l’arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla, il futuro Giovanni Paolo II.
Anche in patria la sua azione pastorale si estendeva al di là della sua diocesi. Vicepresidente del Corev, un organismo creato per la ricostruzione del paese, aiutò numerosi profughi causati dai tanti anni di guerra nel suo paese.

Un martirio umile e silenzioso
  Nominato arcivescovo coadiutore di Saigon pochi mesi prima che la città cadesse sotto l’avanzata delle truppe del nord, venne arrestato prima ancora di poter entrare nella sua nuova diocesi. Le autorità comuniste non potevano permettere di avere nella nuova capitale un uomo così conosciuto all’estero e nel paese.
Cominciò allora una fase completamente nuova nella sua vita, quella del martire per la fede. A lungo interrogato con lo scopo di confonderlo e indurlo ad ammettere un inesistente complotto vaticano contro il suo paese, non perse la calma e non cedette alle lusinghe.
Venne dunque condannato a residenza coatta ma trovò ugualmente il modo di esercitare un minimo di azione pastorale con semplici pensieri scritti su foglietti di calendario che un bambino provvedeva a trafugare e a ricopiare insieme con la sua famiglia.
La raccolta di questi pensieri fu all’origine di un libro che ebbe larga diffusione nel paese e all’estero. Il successo dell’iniziativa, però, indusse le autorità comuniste a inasprire ulteriormente la sua detenzione.
  Venne dunque trasferito in un campo di prigionia e rinchiuso in una cella angusta e senza finestre. Dopo un anno di totale solitudine si rese conto di essere sull’orlo della pazzia. Solo il prolungato esercizio fisico e la recita incessante dell’Ave Maria gli permisero di conservare un minimo di contatto con la realtà. Seguirono altri dodici anni trascorsi in sei diversi luoghi di detenzione.
In uno di questi spostamenti riuscì a farsi inviare dai familiari una boccetta di vino come medicina per lo stomaco. Se ne servì per celebrare insieme con alcuni pezzetti di pane l’Eucarestia per sé e altri prigionieri cattolici.

  Con la sua bontà, intanto, si conquistava l’amicizia di diverse guardie carcerarie. Una gli portò due pezzetti di legno con i quali costruì una croce, un altro gli procurò una piccola catena metallica. Il vescovo se ne servì poi per realizzare la sua croce pettorale. Negli ultimi sei anni di detenzione, vennero progressivamente mitigate le condizioni di prigionia. Colse l’occasione per scrivere alcune opere di piccole dimensioni ma di profondo spirito evangelico. Parlavano di speranza e coraggio, invitavano ad aver fiducia in Gesù e nella Vergine Maria.

La liberazione consegna una eredità spirituale impegnativa.
  Liberato nel 1988, per tre anni dovette vivere nella diocesi di Hanoi in una sorta di custodia domiciliare.
Un giorno una signora della polizia gli portò un piccolo pesce avvolto in due pagine de «L’Osservatore Romano». Senza farsi notare egli lavò quei due fogli, li fece asciugare e li conservò quasi come una reliquia. Nell’isolamento della prigione erano un segno di comunione con Pietro.
Infine nel 1991 venne espulso dal paese e dovette lasciare il Vietnam. Trascorse un periodo di riposo e di cure in Australia, ospite di alcuni parenti, quindi venne chiamato a Roma da Giovanni Paolo II.

Il papa polacco lo nominò prima vicepresidente, poi presidente del pontificio consiglio della giustizia e della pace. Successivamente alla fine del 1999 il papa gli chiese di predicare gli esercizi di Quaresima del 2000 alla curia romana.
Sorpreso, Van Thuân si schermì adducendo la scarsa preparazione.
Il papa insistette suggerendogli di parlare della sua testimonianza. Fu una lieta sorpresa. Al termine il papa lo ringraziò con le parole: «Ci ha guidati nell’approfondimento della nostra vocazione di testimoni della speranza evangelica».
E tale fu fino al 2002, quando morì anche in seguito alle lunghe sofferenze subite.

Tecnicamente non è un martire in quanto sopravvisse alla lunga detenzione. Il modo, tuttavia, con cui visse la prigionia è ancora oggi un seme di speranza per il suo amato Vietnam e l’intera comunità cristiana.

(Fonte: cf. L’Osservatore Romano, 21 novembre 2019).

Il cardinale Van Thuân (1928-2002) è uno dei martiri cristiani contemporanei più significativi. – Nel 1997, sollecitato da Giovanni Paolo II a parlare del suo martirio alla giornata mondiale della gioventù di Parigi, conquistò il cuore di migliaia di giovani per la bontà che irradiava dal suo sguardo, per il racconto senza rancore, per la testimonianza dalla sofferenza resa pura e luminosa.- Qualcuno potrebbe obiettare che tecnicamente non può dirsi un martire, in quanto sopravvisse alla lunga detenzione. Ma il modo con cui visse la prigionia rimane ancora oggi un seme di speranza per il suo amato Vietnam e l’intera comunità cristiana.

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