La collina dei martiri crocifissi

Rubrica quotidiana a cura di P. Salvatore Brugnano

Storie belle… per vivere meglio

La collina dei martiri crocifissi.

– Ieri 6 febbraio è stata celebrata la memoria liturgica di San Paolo Miki e compagni martiri del Giappone: sacerdoti, missionari, semplici laici cristiani, alcuni di 12 e 13 anni. In tutto ventisei martiri.
– La fede cristiana era stata portata in Giappone dal grande San Francesco Saverio, straordinario pioniere della diffusione del cristianesimo in Asia, verso il 1550.
– Chissà se in cuor suo il Santo missionario poteva immaginare quale mirabile frutto avrebbe dato il piccolo seme che si apprestava a gettare.
– Francesco Saverio si fermò solo due anni in terra nipponica, aprendo la strada a tutti i missionari gesuiti, e poi francescani e domenicani, che in quelle terre lontane portarono la Buona novella. – Una santità missionaria nata dal sacrificio dei martiri che sbalordirono i presenti: mentre erano appesi alle croci Paolo Miki fece la sua ultima predica pubblica, perdonando i carnefici che li stavano uccidendo.

Chi era Paolo Miki.
Questo straordinario personaggio nacque probabilmente nel 1556 da una antica e nobile famiglia che gli impose il nome di Pooro. Suo padre, Hantaro Miki, era un samurai.
Alcune fonti riportano come sua città di origine Kyoto, ma la cosa in realtà non è certa. Quel che è certo è che quando il piccolo Pooro aveva cinque anni, la sua famiglia si convertì al cristianesimo e anch’egli fu battezzato: fu scelto per lui il nome cristiano di Paolo e da allora così si fece chiamare.
La sua vocazione fu precoce: entrò a dodici anni nel collegio gesuita di Azuki e intraprese gli studi che dovevano portarlo al sacerdozio. Tuttavia non riuscì mai a completare il percorso di ordinazione, anche perché la persecuzione anticristiana che nel frattempo era ripresa impedì la presenza in Giappone di un vescovo e, dunque, lo svolgimento “fisico” della consacrazione.
Comunque a ventidue anni prese i voti solenni, diventando il primo “nativo” giapponese a consacrarsi alla verginità monastica.
A quel tempo aveva già mostrato quelle che erano le sue non comuni doti: la straordinaria particolarità di essere un gesuita giapponese, e quindi madrelingua, unita alla sua intelligenza e magnanimità, lo resero uno dei più efficaci e affascinanti predicatori dell’ordine a dispetto della sua giovane età e delle difficoltà inevitabili che incontrava nell’imparare la lingua latina e nell’accostarsi così allo studio dei testi sacri.
In compenso aveva una conoscenza profondissima del buddismo e delle religioni tradizionali, tanto da diventare, a meno di trent’anni, uno dei più autorevoli interlocutori per i dotti del tempo.

La persecuzione.
Nel 1556 la prima ondata persecutoria voluta dallo Shogun Hideyoshi ebbe il suo culmine: un editto ordinò l’arresto immediato di tutti i missionari.
Paolo venne catturato a Osaka, insieme a due compagni, e tradotto in catene presso la prigione di Mecao dove fu “aggregato” a un gruppo di prigionieri cristiani. In tutto erano ventisei: sei missionari francescani europei, tre gesuiti giapponesi — oltre a lui san Giacomo Kisai e san Giovanni Soan di Goto — e diciassette laici giapponesi, fra cui sant’Antonio Daynan, tredici anni, e san Luigi Ibaraki, dodici.
Nel tentativo vano di portarli ad abiurare le loro fede, furono sottoposti a diverse torture fino a quando, nel febbraio del 1567 fu emessa nei loro confronti la sentenza di morte.
L’esecuzione avrebbe dovuto avvenire in modo esemplare, a monito di tutti. Furono, così, crocifissi.
Il 5 febbraio furono portati su un’altura alle porte di Nagasaki che da allora è chiamata dai cristiani “la Santa Collina”.
Mentre uno dei due ragazzi intonava, appeso sulla croce, un inno di lode, padre Paolo fece la sua ultima predicazione pubblica, lasciando a bocca aperta tutte le persone che avevano assistito e perdonando i carnefici che li stavano uccidendo.
Fu così che quell’esecuzione, che doveva essere un atto di scherno per i condannati e una minaccia per chi avesse intenzione di avvicinarsi al cristianesimo, divenne una straordinaria occasione missionaria e il seme di una comunità che grazie a quel sangue superò due secoli di ondate persecutorie che provocarono altre messi di martiri.

La glorificazione.
San Paolo Miki e i suoi venticinque compagni furono beatificati già nel 1627 da Papa Urbano VIII.
Un processo assai rapido, che conferma l’impressione che la loro testimonianza di fede lasciò in tutta la cristianità del tempo.  – Furono canonizzati insieme l’8 giugno 1862 da Pio IX.
In quel periodo un libro scritto che raccontava la testimonianza di Paolo Miki finì tra le mani di un seminarista veneto il quale, leggendolo, fu ispirato a dedicare la sua vita alla missione.
Si chiamava Daniele Comboni, l’ennesimo “figlio” della scia di santità lasciata da san Paolo Miki e dai primi martiri cristiani del Giappone.
(fonte: cf L’Osservatore Romano, 5 febbraio 2020).

Celebrata ieri 6 febbraio la memoria liturgica di San Paolo Miki e compagni martiri del Giappone, 26 in tutto: sacerdoti, missionari, semplici laici cristiani, alcuni di 12 e 13 anni. Furono crocifissi su di un’altura alle porte di Nagasaki che da allora è chiamata dai cristiani “la Santa Collina”. I martiri sbalordirono i presenti, perché mentre erano appesi alle croci pregavano, cantavano e Paolo Miki fece la sua ultima predica, perdonando i carnefici che li stavano uccidendo. Dal sacrificio di questi martiri nacque una “santità missionaria”, che contagiò tante altre persone che diventarono cristiani.

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