La Misericordia dei medici

Rubrica quotidiana a cura di P. Salvatore Brugnano

Storie belle… per vivere meglio

La Misericordia dei medici.

– Otto giorni fa, giorno di Pasqua, a Prato 5 medici, su mandato del vescovo Giovanni Nerbini, hanno dato l’Eucarestia ai malati di coronavirus. Qualcuno ha pianto. Un momento toccante è stato quando a ricevere l’Eucarestia sono stati mamma e figlio ricoverati insieme.
– L’idea è venuta ai medici del reparto Covid dell’ospedale di Prato: dare la comunione ai pazienti il giorno di Pasqua. «È stata una proposta nata in modo spontaneo e condivisa immediatamente con il cappellano ospedaliero don Carlo che ci ha preparati a vivere questo momento», ha detto il dottore Lorenzo Guarducci, che insieme ad altri cinque colleghi ha distribuito l’Eucarestia ai malati di coronavirus.
– E prima, nella cappella dell’ospedale, il vescovo nel primo pomeriggio, ha affidato ai medici dell’ospedale il mandato di ministri straordinari della comunione ed ha pregato per coloro che non lo potevano fare, perché ormai intubati.

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Oncologia, pronto soccorso, area Covid e terapia intensiva. Questi i reparti dove i degenti contagiati da coronavirus hanno avuto la possibilità di ricevere il Sacramento. Oltre un centinaio di malati ha accettato di comunicarsi.
Medico Filippo Risaliti: «Ho pianto assieme ai pazienti. Gli ospedali sono luoghi di cura, ma non possiamo pensare di separare il corpo dallo spirito: mi rendo conto che nella lotta al coronavirus il nostro sforzo è troppo indirizzato a combattere i mali fisici dei pazienti»…
«Sono state le parole di papa Francesco a spronarci. Quando ha detto che i sanitari avrebbero dovuto svolgere il ruolo di intermediari della Chiesa per le persone sofferenti abbiamo preso la decisione di proporci per distribuire la Comunione a Pasqua. Siamo gli unici che potevano farlo, dato che solo noi possiamo entrare in quelle stanze».

Medico Lorenzo Guarducci: «È stato un rito straordinario che nell’intenzione di questi medici ha voluto sanare una «doppia separazione» una delle conseguenze drammatiche di questa pandemia è proprio l’isolamento, di malati e sanitari, da tutto e da tutti». – Come la maggior parte del personale ospedaliero impegnato quotidianamente nella lotta al virus anche lui da oltre un mese non torna a casa da moglie e figli.
«Dare la comunione ai malati per me ha significato colmare questo vuoto, questo gesto mi ha fatto ricongiungere anche con i miei attraverso il Signore. È stata una delle esperienze più belle che ho vissuto nel corso della mia vita di uomo, di cristiano e di medico ». Nel suo racconto il momento più toccante è stato quando ha dato l’Eucarestia a mamma e figlio ricoverati insieme per coronavirus.

La comunione per chi poteva e preghiera per gli intubati
Per quelli intubati, che non hanno la possibilità di comunicarsi, ma desiderosi di ricevere la comunione, è stata recitata una preghiera davanti al letto.
Medico Filippo Risaliti: «Al di là dell’aspetto confessionale, in questo momento di difficoltà i medici percepiscono la condizione di isolamento dei pazienti dagli affetti e dai parenti. Sono persone sole, sofferenti, non solo nel fisico ma anche nell’anima. Vivono una situazione di distanza umana».
Indossando i dispositivi di protezione anche il cappellano don Bergamaschi è entrato nel reparto. Con sé aveva una pisside con le ostie, separate una a una da una garza per evitare una eventuale contaminazione.
Mentre in rianimazione, per i pazienti intubati impossibilitati a comunicarsi, è stata letta una preghiera davanti al letto.
«Il vescovo Nerbini ci ha formalmente incaricato ed ha fatto un piccolo discorso spiegando che in questi tempi difficili noi medici siamo chiamati anche a questo. Ed io sono d’accordo: attualmente il nostro sforzo è troppo indirizzato sulla cura del male fisico, ma mi rendo conto che la spiritualità dell’uomo non si può scindere dal suo corpo. Anche quella ha bisogno di importanti cure».

«Ho dato l’ostia ai malati E io, medico, piangevo»
Medico Filippo Risaliti, 46 anni, tre figli, un moglie farmacista ospedaliera, che quando ha pronunciato per la prima volta nella sua vita quelle due parole con l’ostia nelle mani non è riuscito a trattenere le lacrime. «La visiera si è appannata una volta, un’altra e un’altra ancora – ricorda – perché l’emozione era tanta nel sapere che io, un medico internista, cercavo di curare quei malati di coronavirus, alcuni gravissimi, non solo nel corpo, ma tentavo anche di alleviare loro le sofferenze dello spirito».
Quelle parole erano Corpus Christi e Filippo le ha pronunciate più di cento volte nel giorno di Pasqua quando, assieme ad altri cinque medici, ha distribuito la comunione ai pazienti dell’ospedale di Prato che glielo chiedevano.
«Abbiamo cercato di dare loro conforto con la comunione, mentre il vescovo guidava la preghiera trasmessa dagli altoparlanti dell’ospedale. E con qualche buona parola per chi non era credente o apparteneva a un’altra religione. E chissà forse cosi li abbiamo curati due volte».
(fonte: dal web 14 e 15 aprile 2020).

Otto giorni fa, giorno di Pasqua, a Prato 5 medici, su mandato del vescovo Giovanni Nerbini, hanno dato l’Eucarestia ai malati di coronavirus. Qualcuno ha pianto. Un momento toccante è stato quando a ricevere l’Eucarestia sono stati mamma e figlio ricoverati insieme. Nel primo pomeriggio, nella cappella dell’ospedale, il vescovo aveva affidato ai medici dell’ospedale il mandato di ministri straordinari della comunione ed ha pregato per coloro che non lo potevano fare, perché ormai intubati.

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