Attualità

Tropea omaggia Anna Politkovskaja

Da nota stampa, Dott.ssa Beatrice Lento Presidente di sos KORAI ODV per i Diritti delle Donne

A vent’anni dalla sua uccisione, la voce di Anna Politkovskaja continua a interrogare il presente con una forza che non si attenua

#tropeanite-Korai-02-04-2026

Non è solo memoria ma responsabilità. È questo il senso profondo dell’incontro promosso dalla rassegna DOMINAE Donne Valorose di sos KORAI che, nella Cappella dei Nobili, di Tropea, ha reso omaggio a una delle figure più coraggiose del giornalismo contemporaneo. A guidare il pubblico in questo percorso è stata la professoressa Michela Ruffa, con una narrazione intensa e partecipe, affiancata dalla conduzione della socia Alessia Chiapparo. Ad aprire l’incontro, i saluti della Congrega Nobile dei Bianchi di San Nicola attraverso Giuseppe Maria Romano e Giuseppe Adilardi e di sos KORAI, ODV per i diritti delle donne, con Beatrice Lento. L’avvio è stato affidato a una scelta potente: il giuramento di Anna Politkovskaja. Parole che sono risuonate nella sala come un impegno ancora vivo, capace di unire i presenti in un’emozione condivisa. Raccontare la guerra dalla parte delle vittime, dare voce a chi non ne ha, denunciare le sofferenze della popolazione civile: è questa la missione che la giornalista russa aveva scelto, trovando nella Cecenia il simbolo più tragico della negazione dei diritti umani. Attraverso un racconto lucido e ben articolato, la Prof Ruffa ha ripercorso le tappe fondamentali della storia russa recente, evocando figure come Michail Gorbaciov, Boris Eltsin e Vladimir Putin. Ma al centro non è rimasta la politica in sé, quanto piuttosto la responsabilità individuale di fronte alla verità. In un contesto, tragicamente attuale, segnato spesso dall’indifferenza, quella “posizione del fungo” che porta a nascondersi pur di non vedere, Politkovskaja ha rappresentato una scelta controcorrente, una forma di resistenza morale. Per lei il giornalismo non era solo una professione ma un dovere etico. Raccontare significava esporsi, rischiare, pagare un prezzo altissimo. Eppure non si è mai fermata. Nemmeno la maternità precoce ha rallentato il suo impegno; al contrario, ha rafforzato in lei la volontà di costruire un futuro diverso. Il legame con la Russia è rimasto indissolubile, nonostante le minacce, il sequestro, il tentativo di avvelenamento, le cause giudiziarie e l’isolamento sociale che l’hanno trasformata, agli occhi del suo Paese, in una figura scomoda, spesso delegittimata, etichettata come “la pazza di Mosca”. Nei suoi scritti, ogni episodio diventa rivelatore di un sistema più ampio: il segnale di una “democrazia malata”, incapace di fare i conti con le proprie contraddizioni. Eppure, nonostante tutto, Politkovskaja non ha mai smesso di credere nella necessità di raccontare, di chiedere conto al potere, di restare dalla parte di chi soffre. Il 7 ottobre 2006 quella voce è stata messa a tacere. Gli esecutori materiali sono stati condannati, ma il mandante resta ancora ignoto. Una verità incompleta che continua a pesare.Durante l’incontro, la domanda è emersa con forza: il suo sacrificio è servito? La risposta, condivisa e sentita, non lascia spazio al dubbio. Sì, perché il suo esempio continua a parlare. Parla di coraggio, di onestà, di amore per il proprio lavoro. Parla della capacità di non cedere alla paura, di esercitare uno sguardo critico, di non accettare passivamente ciò che viene raccontato. Il dialogo con il pubblico ha ampliato lo sguardo sul presente, sottolineando l’urgenza di educare, soprattutto i più giovani, a un uso consapevole dell’informazione, alla verifica delle fonti, alla ricerca della verità in un tempo in cui il rischio della manipolazione è sempre più diffuso. Ma forse il messaggio più profondo è un altro: per rendere davvero omaggio a questa straordinaria figura, non bisogna trasformarla in un’eroina distante. Anna Politkovskaja deve restare tra noi, nella sua umanità fatta anche di fragilità e contraddizioni, ma capace di indicare una strada. Quella di chi sceglie di non voltarsi dall’altra parte, di conservare il coraggio, di non svendere la propria libertà per un favore che spesso è un diritto, di esaltare il valore del dialogo rispettoso dell’altro. Perché, come lei stessa ci ha insegnato, con parole semplici e definitive: siamo nati per essere donne e uomini e non per fare i funghi.

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Redazione
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