Verità e fascino di una donna libera

Rubrica quotidiana a cura di P. Salvatore Brugnano

Storie belle… per vivere meglio

Verità e fascino di una donna libera.

8 marzo, festa internazionale della donna. Gli auguri sul web e nelle relazioni interpersonali oggi sfiorano l’infinito. Ma quale donna? Ogni donna, al di là delle varie culture e condizioni sociali. Soprattutto quelle donne che sono costrette a vivere ancora l’umiliazione della schiavitù e del vile possesso, a volte violento, da parte dell’uomo.
– Oggi è una occasione per considerare la donna e il suo ruolo o la sua missione nella società e nella Chiesa. Ogni donna vi porta il suo specifico.
– Come cristiani rivolgiamo l’attenzione soprattutto alla donna nuova che è capace di rinascere dal perdono, e che sa dispensare amore anche a chi le ha fatto del male.  Il fascino di una tale donna incanta.
– A Schio, provincia di Vicenza, viene presentato il libro di Roberto Italo Zanini “Bakhita, il fascino di una donna libera“; santa Giuseppina Bakhita, la schiava sudanese emancipata dal console italiano a Khartoum e giunta in Italia, immigrata ante litteram, nel 1884. Un fascino che avvolge ancora.

“Mi regalò a loro”
♦ Rivela Bakhita: «La moglie dell’amico del console, vedendo noi moretti, se ne invogliò e chiese al marito perché non ne avesse condotta una anche per lei… Il console, per far piacere all’amico, mi regalò a loro». È forse questa la pagina più sconvolgente nell’avventurosa vita di Giuseppina Bakhita, che pure prima di allora aveva già subìto ogni genere di torture e umiliazioni: «mi regalò a loro», come fosse un souvenir dall’Africa, usata per appagare i capricci di una nobile veneziana.
♦ Accadeva al porto di Genova nel 1885, dove Bakhita – che nel 2000 sarà proclamata santa da papa Giovani Paolo II – giungeva migrante a 16 anni fuggendo dal Sudan al seguito del console italiano Callisto Legnani, l’uomo che l’ha acquistata ma anche salvata.

Una vita di sofferenze per “la Fortunata”.
♦ Inizia presto il travaglio di Bakhita, ovvero “la Fortunata”, così chiamata per scherno dai negrieri, e assomiglia alle mille storie che oggi incontriamo nelle notti disperate delle nostre città o sulle rive dei nostri mari: a 7 anni viene rapita dai mercanti di esseri umani, a 10 è già al suo terzo passaggio di “proprietà”, schiava in Sudan di un generale turco dal quale subisce sevizie fisiche e morali (centinaia di tagli su tutto il corpo e il «torcimento del seno, come si fa con uno straccio per strizzarlo», racconterà lei stessa dettando le sue memorie alle consorelle canossiane).
A 13 anni lei stessa fa di tutto per essere venduta al console italiano Legnani, uno dei due uomini che cambieranno la vita alla piccola “moretta” semianalfabeta, oggi una delle sante più venerate nel mondo, esempio concreto della forza con cui, tramite l’abbandono a Gesù, ogni catena diventa libertà e ogni donna può dichiarare a testa alta il suo no all’oppressione.
Circa la sua esistenza Bakhita è convinta che nulla avvenne per caso, che tutto fu provvidenziale, anche i negrieri, le torture e gli acquirenti, perché tutto concorse a fare della bambina rapita nel cuore dell’Africa una delle figure più luminose della Chiesa nel cuore del Veneto. – «Fui davvero Fortunata: il nuovo padrone era assai buono e prese a volermi bene. Non mi pareva vero di godere tanta pace e tranquillità».
♦ Ma in Sudan si impongono il fondamentalismo islamico filo-schiavista e la persecuzione dei cristiani (tuttora in corso), e il console lascia Karthum per l’Italia. La bella e giovane schiava ne ha sentito parlare come di un Paese libero e lo supplica di portarla laggiù. Legnani, l’amico veneziano Michieli, Bakhita e un altro bambino sudanese che il console ha riscattato fuggono attraverso il deserto e, arrivano in nave al porto di Genova, lo stesso da cui nel frattempo masse di italiani in povertà partono a loro volta su altre navi verso l’America.

Italia, terra di integrazione
♦ “Regalata” da Legnani alla moglie di Michieli, secondo una mentalità oggi inaccettabile ma anche nella speranza di darle un futuro sicuro, Bakhita approda a Mirano, dove incontra il secondo buon Samaritano della sua vita, Illuminato Checchini, vero personaggio nel Veneto dell’epoca, grande cristiano, punto di riferimento delle masse rurali, che le dona il primo crocifisso, la accoglie in famiglia esattamente alla pari con i numerosi figli (lei nera in un’epoca in cui altri non se ne incontravano) e la contagia di un amore per Cristo che in Bakhita diventa evidente santità.
A 20 anni trova nella fede la fermezza per dire il primo “no” ai padroni che ne rivendicano la proprietà: infatti la nobildonna Michieli per riaverla si rivolge alla giustizia. Lei vuole seguire l’unico vero “padrone”, il Signore Gesù, a cui si è consacrato, seguendo la chiamata alla vita religiosa come religiosa canossiana. Diventa un esempio di carità, di misericordia e di gioiosa mitezza per tutti.

La fede e l’amore creano una donna nuova
Bakhita, la schiava che era stata regalata, diventa così dono per gli altri. Lei, che non sapeva scrivere e a mala pena leggeva, diventa un punto di riferimento per tutta la comunità locale, fin dai giorni in cui durante la Grande Guerra, nell’ospedale da campo allestito a Schio, assiste i soldati e raccoglie le confidenze dei morenti. Le donne si confidano con lei, gli uomini accettano i suoi consigli, i sacerdoti non disdegnano di imparare alla scuola della sua umiltà. Per tantissimi averla incontrata diventa l’inizio di una vita nuova.
La vera libertà Bakhita la conquista perdonando tutti, perché in tutti riconosce dei benefattori, le pedine della Provvidenza.
«Se incontrassi i negrieri che mi hanno rapita e quelli che mi hanno torturata, mi inginoccherei a baciare le loro mani, perché se non mi fossero accadute quelle cose, non sarei ora cristiana e consacrata».
Ha sempre pregato per loro, i veri schiavi, e anche oggi sa rompere le catene, anche le catene più invisibili, di chi si rivolge a lei, la “santa moretta”, la santa degli schiavi.

(fonte: cf Avvenire.it 7 marzo 2019)

Santa Giuseppina Bakhita da bambina venne rapita dai mercanti di schiavi, liberata si fece suora diventando un punto di riferimento per tutta la comunità locale. – Dopo la canonizzazione avvenuta nel 2000, è diventata simbolo del riscatto per quanti sono vittime della tratta. Il comune veneto di Schio nel 2017 le ha conferito la cittadinanza onoraria alla grande Santa ‘immigrata’ diventata un simbolo nel mondo. Il fascino di una donna vera, libera, anche dal male di chi l’ha maltrattata, venduta e usata come schiava. Una libertà diventata amore per tutti.

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