Curiosità dalla storia: veline, i “suggerimenti” del regime fascista alla Stampa

Dal controllo dell’informazione nel Ventennio alle vallette di Striscia la notizia

«Non interessarsi mai di nessuna cosa che riguardi Einstein (1936)»; «Notare come il Duce non fosse stanco dopo quattro ore di trebbiatura (1938)»; «Non pubblicare fotografie del pugile Carnera a terra (1935)»

“Le veline!!!” Quante volte abbiamo sentito Ezio Greggio, lo storico presentatore del Tg satirico di Canale 5 “Striscia la notizia”, chiamare le due vallette che si esibiscono in appositi stacchetti musicali e fanno da contorno alla trasmissione televisiva? Ebbene, le due ragazze originariamente facevano il loro ingresso in scena portando con sé un foglio (la velina, che facevano credere ironicamente fosse un ordine dato dalle autorità) che consegnavano ai conduttori. Un modo simpatico, a volte esilarante, per introdurre una nuova notizia presentata sempre in modo pungente, ironico, comico e, osiamo dire, unico del programma televisivo ideato da Antonio Ricci – andato in onda per la prima volta nel 1988- tra i più amati dagli italiani negli ultimi anni. Quindi, da allora la parola velina, anziché riferirsi al testo, appunto la notizia, le direttive su carte velina, designa per metonimia la ragazza stessa che la consegna al conduttore. Nel Ventennio fascista, però, le veline erano tutt’altra cosa: erano ordini, indicazioni precise, suggerimenti che arrivavano direttamente dall’ufficio stampa di Mussolini. Talvolta era il Duce stesso a telefonare al direttore del quotidiano, il quale a sua volta scriveva su carta velina e distribuiva in più copie le “indicazioni” ricevute ai redattori. Fu nel 1932 che l’ufficio stampa di Mussolini cominciò a interferire nella preparazione dei giornali sia di partito sia “indipendenti”, comunicando quotidianamente alle redazioni di tutta Italia direttive che erano trasmesse durante il giorno per telefono e subito trascritte in forma di brevi testi (ufficialmente detti note di servizio) con lo scopo di agevolare la corretta diffusione di quei messaggi tanto per gli uffici governativi quanto le singole redazioni, che provvedevano a dattiloscriverli in più copie, usando la carta velina, e a distribuirli, appunto su velina, come promemoria per i loro redattori. Nel 1933 a capo dell’ufficio stampa del Duce ci fu il genero Galeazzo Ciano. Nel 1935 l’ufficio fu trasformato in Ministero per la Stampa e la Propaganda ed infine, nel 1937, prese il nome di Ministero della Cultura Popolare (MinCulPop).
Riportiamo qui di seguito qualche esempio di velina: «Non interessarsi mai di nessuna cosa che riguardi Einstein (1936)»; oppure: «Ignorare la Francia. Non scrivere nulla su questo Paese. Criticare sempre e comunque l’Inghilterra. Non prendere per buono nulla che ci venga da quel paese (1939)». E ancora: «Notare come il Duce non fosse stanco dopo quattro ore di trebbiatura (1938)»; «Non pubblicare fotografie del pugile Carnera a terra (1935)»; «Commentare violentemente la dichiarazione di guerra alla Germania da parte di Badoglio (1943)».

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Francesco Marmorato
Francesco Marmorato
Docente di lettere nella scuola secondaria, Caporedattore e collaboratore storico della testata Tropeaedintorni.it, è giornalista iscritto all'albo professionale dell'Ordine dei giornalisti della Calabria, elenco pubblicisti.