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NARDODIPACE, LA STONEHENGE ITALIANA

I misteriosi megaliti presenti nel piccolo comune del vibonese risalgono a circa 7000 anni fa

Si tratta di una delle scoperte archeologiche più importanti degli ultimi anni. Le “Pietre” sono distribuite su un territorio la cui estensione è di circa 60 km quadrati

Nardodipace, la Stonehenge italiana – Foto Libertino

Stonehenge? No, Nardodipace. Anche se si tratta sempre di megaliti, i primi, quelli inglesi, certamente, si fa per dire, più famosi di quelli italiani. Ma le “Pietre” di Nardodipace, un piccolo comune della provincia di Vibo Valentia, sono “apparse” in un periodo più recente come per magia, sono emerse dalla fitta vegetazione dove avevano sonnecchiato per millenni.
Dopo i primi cinque ritrovamenti di megaliti, le ricerche hanno interessato un’area di circa 60 kmq coinvolgendo i territori limitrofi, quali Serra S. Bruno e Stilo, in cui sono stati rinvenuti numerosi altri gruppi.
Dai recenti studi è emersa l’importanza di queste “Pietre” che non ha precedenti nella storia della Calabria e forse potrebbe minare la fama del gruppo di Stonehenge in Inghilterra. Infatti, mentre i dolmen inglesi sono datati 2150 anni a.C., i ritrovamenti di Nardodipace sono compresi tra il tardo Neolitico e l’inizio dell’Età del Bronzo e della civiltà Micenea (tra il IV/III ed il II millennio a.C.).
Ma che cos’è un dolmen? E’ un termine bretone che sta ad indicare tavole di pietra di epoca preistorica. Per la loro grandezza vengono anche chiamati megaliti (dal greco μέγας = grande e λίθος = pietra) e, a seconda della loro disposizione, è possibile ipotizzarne l’originaria funzione, probabilmente destinata alla sepoltura, a manifestazioni cultuali o a riti introdotti in quel luogo ( non è da escludere il parallelismo con le piramidi egizie).
Dai primi studi risulta che le pietre di Nardodipace sono di granito duro e provengono dal monte Palella, trasportate lì dove ora si trovano per essere lavorate e destinate all’uso sopra ipotizzato. Purtroppo solo approfondite analisi e ricerche potranno chiarire ogni loro aspetto e funzionalità
Dopo l’alluvione del 1952 che distrusse quasi totalmente il vecchio paese, si decise di costruire un nuovo agglomerato urbano più in alto. Durante gli scavi fu scoperta l’esistenza di probabili cinte murarie molto estese e non si può escludere la presenza di importanti insediamenti umani. Nell’agosto 2002 un colossale incendio nelle Serre Joniche, nel territorio di Nardodipace, incenerì la folta vegetazione che circondava alcune strutture in pietra di eccezionale grandezza e di fattura presumibilmente umana. I quotidiani nazionali e locali pubblicarono un articolo che fece scalpore dichiarando il ritrovamento in Calabria di un importante sito megalitico e attirando l’attenzione del mondo accademico archeologico e degli studiosi amatoriali. Da allora si sono succeduti molti studiosi provenienti da tutto il mondo, le cui divergenti opinioni sulla natura delle gigantesche pietre hanno innescato un acceso dibattito, come spesso accade di fronte a ritrovamenti che possono incidere sulle verità scientifiche convenzionali e ortodosse.
Numerosi pittogrammi non ancora del tutto decifrati presenti sulle pareti granitiche, quali lettere e simboli, sembrerebbero appartenere a un’antica lingua. Un popolo antichissimo che abitò la Calabria molto prima della colonizzazione greca: alcuni studiosi (prof. Domenico Raso) sostengono che questi megaliti siano appartenuti all’antica civiltà pelasgica, databile tra l’età del bronzo e quella del ferro, e che il sito rappresenti un luogo di culto. Ma c’è ancora tanto da scoprire in questi angoli nascosti della nostra misteriosa e affascinante Calabria.

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Salvatore Libertino
Fotoreporter, editore e proprietario della testata Tropeaedintorni.it, è giornalista pubblicista iscritto all'albo professionale dell'Ordine dei giornalisti della Calabria nell'elenco pubblicisti.