Non abbiate paura. Sono io.

Rubrica quotidiana a cura di P. Salvatore Brugnano

Storie belle… per vivere meglio

Non abbiate paura. Sono io.

– «Coraggio, sono io, non abbiate paura!»: sono le parole rivolte da Gesù ai discepoli presi dalla paura.
– “Non abbiate paura” è diventato l’invito rivolto soprattutto ai giovani dagli ultimi Papi. – Gesù ci invita ad affidarci a lui con fiducia nel cammino della nostra vita.
– Spesso però la nostra fede vacilla, perché guardiamo più l’ostacolo che Gesù. Ed allora è il momento di gridare con Pietro: «Signore, salvami!».
– Il Signore si rivela spesso in modo diverso dalle nostre attese. Egli realizza le nostre attese come lui sa; noi dobbiamo affidarci con pazienza ai suoi tempi e ai suoi modi. A noi è chiesto di custodire nel cuore il desiderio che abbiamo di Lui, con fede e con speranza, e di fare il bene.

Dal Vangelo di questa domenica (Mt 14,22-33).
♦ Dopo che la folla ebbe mangiato, subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. ♦  Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura.
Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù.
Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
♦ Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

«Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
♦  Il Signore si rivela spesso in modo diverso dalle nostre attese. Elia sale sull’Oreb, il monte di Mosè, sperando che Dio torni a manifestarsi a lui come si era rivelato a Mosè, in segni eclatanti: il vento, il terremoto, il fuoco. Dio invece egli si rivela nel sussurro di una brezza leggera, nella voce di un sottile silenzio, che mette a tacere le sue attese convertendole a un diverso modo di vivere l’esperienza di Dio.
♦ Anche Pietro deve convertire la sua attesa. Il suo desiderio è sincero: essere con Gesù là dove egli è, persino sulle acque, se necessario. Ci riesce, finché ascolta la Parola e le obbedisce. Quando vede che il vento si fa impetuoso, anziché fissare lo sguardo su Gesù, oppure quando ascolta le proprie paure, anziché la parola del suo Signore; o, ancora, quando inizia a confidare in se stesso, ecco che affonda.
In quel momento, però, ritrova la vera fede, che lo porta a confidare in Gesù e non in se stesso: «Signore, salvami!».
Dio realizza le nostre attese come lui sa; noi dobbiamo affidarci con pazienza ai suoi tempi e ai suoi modi.  Tale è l’esperienza di San Paolo: il suo desiderio nei riguardi di Israele lo deve affidare a Dio. A lui è chiesto di custodirlo nel cuore, con fede e con speranza e di fare il bene.
(Fr. Luca Fallica, Comunità Ss. Trinità di Dumenza)

Quando viene la paura.
♦ La paura e la mancanza di coraggio rappresentano un notevole ostacolo ad una vita di fede e d’amore.
Anche noi, proprio come gli apostoli sulla barca nella tempesta, possiamo lasciarci paralizzare dalla paura, che ci impedisce di vedere quanto Cristo ci sia vicino.
♦ Gesù è l’Emmanuele, il Dio-con-noi, ed è anche il Dio della natura, che comanda alle tempeste e a tutte le forze distruttrici: “Egli annunzia la pace… La sua salvezza è vicina a chi lo teme” (Sal 85,9-10); anche quando ci sembra di essere su una barca a “qualche miglio da terra e… agitata dalle onde, a causa del vento contrario”, egli non è mai lontano da ognuno di noi.
♦ Come san Pietro, dobbiamo essere pronti a rischiare la nostra sicurezza e l’eccessiva preoccupazione per noi stessi, se vogliamo che la nostra fede si rafforzi.
Cristo dice ad ognuno di noi: “Vieni”. Per rispondere e per andare a lui, a volte, dobbiamo attraversare le acque della sofferenza.

Un giovane testimone della fede.
Ragheed Ganni,
prete coraggio nell’inferno dell’Iraq.

♦ Mosul (Iraq), 3 giu9no 2007. «Ti avevo detto di chiudere la chiesa, perché non l’hai fatto?», chiede l’uomo armato e mascherato. – «Non posso chiudere la casa di Dio», replica padre Ragheed Ganni. Il miliziano lo fredda con una raffica di mitra, poi colpisce a morte tre laici che l’accompagnano.
Padre Ragheed è il primo sacerdote cattolico ucciso in Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein.
♦ Originario della Piana di Ninive, classe 1972, si era trasferito a Roma nel 1996 per studiare teologia ecumenica all’Angelicum, grazie a una borsa di studio di Aiuto alla Chiesa che soffre.
♦ Terminati gli studi nel 2003, gli viene proposto di trasferirsi in Irlanda, per motivi di sicurezza; ma padre Ganni decide di ritornare in Iraq, sebbene fosse già scoppiata la guerra.
♦ Divenuto segretario di monsignor Faraj Rahho, vescovo di Mosul (che morirà martire nel 2008), padre Ragheed prova sulla sua pelle, in più occasioni, la brutalità delle milizie islamiste ed è testimone diretto delle violenze ai danni dei cristiani in Iraq: numerosi gli attacchi alla sua chiesa, così come le minacce di morte ricevute. Eppure non perde mai la speranza e diventa punto di riferimento per chi gli sta attorno.
Un amico ricorda che il giovane prete ripeteva: «Dirci cristiani di questi tempi è una sfida a noi stessi, ma dobbiamo farlo. Altrimenti, che ne sarà della nostra gente? ».
Nel 2014 la tomba del sacerdote martire, sepolto nel suo villaggio natale, Karemles, è stata profanata dall’lsis.
La sua memoria, però, rimane ben viva e feconda: la fedeltà fino alla fine è la testimonianza più bella che padre Ragheed ha consegnato al mondo.
(da ladomenica.it).

E dopo il coronavirus, causato volontariamente o involontariamente dall’uomo, ecco ora un deposito gigantesco di materiale esplosivo scoppiato il 5 agosto a Beirut per imperizia o malvagità dell’uomo a seminare morte e distruzione. E in mezzo le polemiche, le accuse, la rivolta a minacciare una fragile pace. Il clima di escalation e di minacce reciproche preoccupa tutto il mondo. Papa Francesco lancia appelli per la “pace” per aiuti concreti al Libano devastato da questo disastro. E oggi noi assolutamente non possiamo ignorare l’invocazione disperata di Pietro che affondava: «Signore, salvami!». Signore, salvaci dalla distruzione che viene provocata dal Maligno e dai suoi servi!

Condividi l'articolo