La tua fede ti ha salvato!

Rubrica quotidiana a cura di P. Salvatore Brugnano

Storie belle… per vivere meglio

La tua fede ti ha salvato!

– Gesù guarisce dieci lebbrosi. Nove di questi non colgono l’eccezionalità dell’evento, accontentandosi di soddisfare gli obblighi rituali.
– Solo un samaritano, uno straniero, torna per ringraziare e per questo, con la guarigione dalla lebbra, riceve anche il dono della salvezza.
– Gesù non chiede riconoscenza per sé, ma per il Padre, degno di ricevere la lode e la gloria per i prodigi che ha compiuto colmandoci della sua misericordia.
– L’atteggiamento riconoscente richiede un cuore aperto, che sa vedere l’opera di Dio, la salvezza che egli porta nella storia dell’umanità, la fedeltà con cui regge le sorti del mondo.
– Un cuore aperto manifesta la fede e rende capaci di vivere in armonia con la natura e con gli altri uomini. Se il cuore si chiude, viene a mancare la fede ed anche la capacità di comprendere il proprio prossimo: i disastri che viviamo nella nostra vita mostreranno chi vive con fede. E sarà salvo.

Dal Vangelo di questa domenica (Lc 17,11-19).
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!»

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♦ La riconoscenza è una virtù preziosa per la nostra vita: dire “grazie” è un gesto doveroso, che dovrebbe scaturire spontaneamente dal cuore per un dono o un bene ricevuto. Così si comporta Naamàn dopo essere stato purificato dalla lebbra.
♦  Invece, a volte, è penosa la sensazione di trovarci in un mondo in cui prevale la pretesa piuttosto che la riconoscenza e il ringraziamento. È ciò che succede a Gesù, il quale, dopo aver purificato dieci lebbrosi, non riceve alcun grazie se non da uno straniero, un Samaritano. Gesù non chiede riconoscenza per sé, ma per il Padre, degno di ricevere la lode e la gloria per i prodigi che ha compiuto colmandoci della sua misericordia.
♦ L’atteggiamento riconoscente richiede un cuore aperto, che sa vedere l’opera di Dio, la salvezza che egli porta nella storia dell’umanità, la fedeltà con cui regge le sorti del mondo.
Se spesso i travagli della vita possono irrigidire il nostro rapporto con Dio, perché non ne vediamo immediatamente l’azione, allora è il momento di perseverare nella fede dobbiamo, perché Dio è fedele e non mancherà di esaudire la nostra preghiera quando è rivolta a lui con umiltà e retta coscienza. (Tiberio Cantaboni in ladomenica.it).

Solo la fede salva
♦ La lebbra è una malattia terribile e devastante, che marcisce il corpo, lo spirito e le relazioni. Dei dieci uno è straniero, nemico, un samaritano. Ma la malattia e il dolore accomunano ogni uomo, senza distinzioni di religione o di etnia.
Essere guariti non significa essere salvati.
I nove ingrati sono la perfetta icona di un cristianesimo molto diffuso, che ricorre a Dio come ad un potente guaritore da invocare nei momenti di difficoltà.
I nove sono guariti: hanno ottenuto ciò che chiedevano, ma non sono salvati.
Rimasti chiusi nella loro parziale e distorta visione di Dio, guariti dalla lebbra sulla pelle, non vedono neppure la lebbra che hanno nel cuore.
♦ Il Dio che hanno invocato è il Dio dei rimedi impossibili, non il Tempio in cui abitare, il Potente da corrompere e convincere, non il Dio che, nella guarigione, testimonia che è arrivato il tempo messianico.
Che triste idea di Dio hanno questi lebbrosi! Una visione della fede superstiziosa e magica, che accusa Dio delle nostre malattie, che mette Dio alla sbarra, accusandolo.

La malattia e la morte ricordano al nostro mondo contemporaneo, perso nel delirio di onnipotenza, che siamo creature fragili, che, come gli alberi e gli uccelli del cielo, viviamo la nostra vita come un soffio, che il nostro corpo è mortale.
♥  Davanti alla sofferenza, come i due ladroni sulla croce, possiamo bestemmiare Dio accusandolo di indifferenza. O accorgerci che sta morendo accanto a noi. Cadere nella disperazione. O cadere ai piedi della croce. (Paolo Curtaz).

Di fronte ai disastri della vita causati sia dai fenomeni naturali (terremoti, inondazioni,malattie) e sia dalle colpe degli uomini (guerre, violenze, ingiustizie) cosa si può fare? Bisogna dare fondo alla propria fede; respingere ogni tentazione di chiudersi isolamento. Innanzitutto occorre alzare la voce (attraverso i media) fino a raggiungere chi sta lontano, in difficoltà. Ciò può significare vicinanza fraterna a quanti sono colpiti dalle varie calamità. Non tralasciare di interessare i propri politici perché escano allo scoperto a secondo dell’impegno da occorre prendere perché non si nascondino dietro parole di comodo. Affidare i defunti dei vari disastri alla misericordia di Dio, perché li accolga nella sua luce, e a Dio chiedere incessantemente la pace e la concordia tra i popoli. Sostenere in loro chi può coordinarsi a mettere in campo gli aiuti e la solidarietà. Insomma, aiutare a far vincere la nostra umanità. Allora il Signore potrà dire: “Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!”

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