Le chiamano suore anti-tratta

Rubrica quotidiana a cura di P. Salvatore Brugnano

Storie belle… per vivere meglio

Le chiamano suore anti-tratta.

E sono suore apostole di spose bambine e minori schiavizzati.
– In dieci sono state premiate a Roma, per essere impegnate contro la tratta. Tra esse suor Jyoti Pinto, indiana di Mangalore, della congregazione delle Sorelle del piccolo fiore di Betania, che ha sede nello Stato del Karnataka, che ha dedicato la sua vita a contrastare la tratta delle spose bambine.
– Donne e adolescenti vendute come spose, rese schiave a vita, sfruttate nei giri della prostituzione.
– Bambini costretti a lavorare nelle fabbriche di mattoni, nell’edilizia.
– Uomini trafficati come manovalanza a basso costo nell’agricoltura. Appartengono a gruppi tribali, alle categorie vulnerabili, e vengono dalle zone più povere dell’India, come gli Stati orientali di Orissa, Bihar, Jharkhand, West Bengal.
– Le spose vengono adescate e portate verso gli Stati nordoccidentali dell’India: Punjab, Haryana.

Suor Jyoti è una delle dieci consacrate premiate in questi giorni a Roma nel corso dell’assemblea generale della rete delle religiose “Talitha Kum” contro la tratta, che quest’anno celebra i dieci anni di impegno.
♦ Il network, promosso dall’Unione internazionale delle superiore generali, è presente in 92 Paesi con 44 reti nazionali. Le altre premiate vengono da Nigeria, Italia, Thailandia, Perú, Canada, Stati Uniti, Australia, Filippine, India.
Tutte unite e determinate nella lotta alle più varie forme di schiavitù moderna.

♦ In India chi ha contribuito moltissimo alla nascita e alla crescita di Amrat-Talitha kum, che in sanscrito significa “dare vita” è stata proprio Suor Jyoti. Tant’è che ad oggi vi partecipano 70 congregazioni e 600 religiose.
♦ Suor Jyoti non si stanca di telefonare, scrivere, incontrare personalmente le superiore generali per chiedere loro di entrare a far parte della rete e impegnarsi in prima persona contro il fenomeno della tratta, che nel mondo coinvolge almeno 40 milioni di persone, di cui il 70 per cento sono donne e bambini.
Numeri sconvolgenti che ovviamente attingono anche ad un Paese come l’India, vasto come un continente, con oltre 1 miliardo e 300 milioni di persone e profondissime disuguaglianze sociali.

La tratta delle spose, ad esempio, coinvolge migliaia di donne e ragazze.
«In molti villaggi del nord non ci sono donne perché preferiscono i figli maschi. Così le ragazze vengono adescate in altri Stati e trafficate a questo scopo».
Lo spostamento avviene attraverso agenzie legali e illegali che si occupano della ricerca della candidata giusta per conto delle famiglie, organizzano l’incontro, le feste di matrimonio. Le agenzie illegali cambiano sede e numero di telefono continuamente.
I prezzi vanno da poche centinaia di rupie a migliaia di dollari. Dipende dallo status economico delle famiglie.
«Le ragazze vengono ingannate dalle promesse dei trafficanti. Pensano di trovare una buona famiglia e un buon lavoro, non si rendono conto di essere vittima di tratta, di violenza e abusi sessuali. Anziché sposarsi molte vengono destinate al lavoro domestico in condizioni di schiavitù. Le famiglie molto ricche hanno quattro o cinque ragazze in casa».

La priorità per le religiose di Amrat sono dunque i bambini e le donne giovani, trafficate a scopo di prostituzione verso le grandi città come Delhi, Kolkata, Mumbai o altre località turistiche. Vengono dagli slum periferici o dalle zone più povere dell’India.
«Cerchiamo di fare soprattutto un lavoro di prevenzione nei villaggi nelle scuole e nei nostri centri sociali, per aumentare il livello di consapevolezza ed evitare che cadano nelle mani dei trafficanti. Devono sapere quali pericoli corrono, rischiando di rimanere schiave a vita».
Le suore provano a contattare ed educare le famiglie, le invitano a sporgere denuncia alla polizia: «Nelle zone in cui c’è maggiore sostegno da parte degli abitanti dei villaggi e delle forze dell’ordine siamo riusciti a bloccare questi flussi migratori guidati dai trafficanti.

Ma in altre zone bisogna lavorare duro. Molto dipende dalla politica, che non sempre supporta e aiuta». Il riferimento è ad alcuni casi di religiose arrestate con accuse molto pesanti come il traffico di bambini.
♦ Perfino una suora delle Missionarie della Carità, la congregazione fondata da Madre Teresa di Calcutta, è in carcere da un anno. «Il bambino era stato dato in adozione e le adozioni in India sono legali. Ma la struttura delle Missionarie delle Carità non era registrata secondo le leggi governative. Spesso le suore non hanno le giuste competenze, sono ingenue e agiscono in buona fede. Per cui dobbiamo lavorare anche sulla consapevolezza delle religiose».

Perciò l’azione delle religiose anti-tratta incontra molti ostacoli in India.
Molte hanno avviato delle shelter homes, delle case rifugio per dare accoglienza, assistenza e protezione alle vittime traumatizzate, specialmente nelle aree urbane. Ma devono essere registrate e il governo non rilascia facilmente le licenze.
Nelle aree rurali cercano almeno di salvare i giovani attraverso il lavoro educativo, proponendo opportunità formative e lavorative.

«Sappiamo che il cuore del Papa batte per i gruppi più vulnerabili. Abbiamo bisogno della sua benedizione e preghiera, per sentirci supportate nel nostro servizio agli ultimi».

(fonte: L’Osservatore Romano, 25 settembre 2019).

Le chiamano suore anti-tratta e sono apostole di spose bambine e minori schiavizzati. In dieci sono state premiate a Roma nei giorni scorsi. Vengono da diversi Paesi, una anche dall’Italia. Ognuna di loro ha incredibili storie da raccontare e immensa gioia da condividere quando si riesce a salvare alcune delle persone in sofferenza. In India, per la particolare cultura che regna, l’azione delle religiose anti-tratta incontra molti ostacoli ed anche persecuzioni. Ma esse sono fiduciose: «Sappiamo che il cuore del Papa batte per i gruppi più vulnerabili. Abbiamo bisogno della sua benedizione e preghiera, per sentirci supportate nel nostro servizio agli ultimi».

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