Martiri della dittatura

Rubrica quotidiana a cura di P. Salvatore Brugnano

Storie belle… per vivere meglio

Martiri della dittatura.

A quanto pare ogni Paese ha i suoi dittatori di turno e ogni Paese ha i suoi martiri che hanno detto no ai dittatori di turno.
Questa volta è il turno dell’Argentina che ha accolto con gioia la proclamazione a Beati dei martiri Enrique, Carlos de Dios, Gabriel, Wenceslao: un vescovo, un religioso, un sacerdote, un laico.
– E la città di La Rioja ha ospitato il rito per l’elevazione agli onori degli altari del suo pastore, di un francescano, un sacerdote e un laico uccisi in odium fidei nel 1976 dalla dittatura argentina. Le quattro foto dei loro volti sorridenti erano racchiuse in un unico riquadro, appeso ovunque.
– Il Vangelo è stato il filo rosso che ha cucito insieme le vite di Enrique Angelelli, Carlos de Dios Murias, Gabriel Longueville e Wenceslao Pedernera. Ed anche le loro morti, avvenute per mano della dittatura militare – che oppresse il Paese dal 1976 al 1983 – in odio alla fede.  – Martiri, ha stabilito il decreto di cui papa Francesco ha autorizzato la promulgazione lo scorso 8 giugno.

Il 27 aprile 2019 Mons. Enrique Angelelli, il vescovo che sfidò la dittatura argentina, e gli altri tre martiri sono stati proclamati Beati.
♦ La celebrazione – presieduta dal cardinale Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle cause dei santi – è stato il momento clou di una settimana di attività, in cui La Rioja è stata messa in “stato di beatificazione” dall’attuale vescovo, Dante Braida.
♦  Subito dopo Pasqua, si sono susseguite conferenze, presentazioni di libri, spettacoli, mostre, concerti. E momenti di preghiera. Venerdì notte 26 aprile una folla ha camminato per sette chilometri dalla piazza della Cattedrale al Parque de la Ciudad, il parco principale della città, per la Messa del mattino successivo, a cui hanno partecipato una cinquantina di vescovi e 370 sacerdoti.
♦  Protagonista della giornata è stato il popolo de La Rioja che, negli anni bui del regime e poi dei “patti di impunità” post-dittatura, ha custodito la memoria del pastore e dei suoi collaboratori, massacrati per aver raccolto, in nome del Vangelo, il grido di giustizia degli ultimi.

P. Gabriel Longueville, nato dall’altra parte dell’oceano, a Étable, in Francia, arrivò al Plata nel 1968. Lo stesso anno in cui Angelelli fu incaricato di guidare la diocesi di La Rioja.
Sempre nel 1968, P. Carlos de Dios Murias Murias – ex ingegnere – pronunciò la professione semplice come francescano conventuale e poi fu ordinato sacerdote dallo stesso Angelelli che conosceva fin da bambino. Iniziarono a lavorare insieme due anni dopo, ancor prima che il religioso si trasferisse a Chamical.
Il contadino e catechista Wenceslao Pedernera, sposato e con tre figlie, andò a vivere nella diocesi per collaborare con il vescovo alla formazione delle cooperative rurali. Sapeva di stare firmando la propria condanna a morte: nel caos degli anni Settanta era facile confondere attivismo e sovversione.
Perfino Mons. Angelelli pagava la fedeltà a Cristo e al Concilio – a cui aveva partecipato e durante il quale aveva sottoscritto il Patto delle Catacombe – con accuse di essere «terrorista», «marxista», «seminatore di violenza».
A La Rioja – tuttora una delle zone più povere dell’Argentina – dove l’oligarchia latifondista aveva un potere assoluto, la testimonianza di giustizia del pastore e la sua predicazione incentrata sulla Dottrina sociale era una sfida. Mons. Angelelli riceveva ogni giorno minacce e insulti.
Solo dopo il golpe del 24 marzo 1976, la giunta decise di passare all’azione.
I Padri Murias e Longueville furono massacrati per primi: un commando li sequestrò la notte del 18 luglio, li torturò per ore e li assassinò.
Una settimana dopo, tra il 24 e il 25 luglio, fu la volta di Wenceslao Padernera, crivellato di proiettili sulla porta di casa. Morì in ospedale, non prima di aver perdonato i killer.
«Ora tocca a me», disse Mons. Angelelli e aveva ragione.
Per lui, i militari inscenarono un finto incidente stradale, mentre rientrava da Chamical, il 4 agosto.
Ci sono voluti 38 anni perché la verità storica e giudiziaria fosse scritta dal tribunale federale de La Rioja che il 5 luglio 2014 ha condannato i due mandanti. A inviare i documenti decisivi per la sentenza – due lettere scritte da Angelelli al Vaticano – è stato papa Francesco, amico e estimatore del pastore ucciso.

Potremmo definire questi nuovi beati argentini – ha detto Becciù nell’omelia – «martiri dei dettati conciliari».
Di fronte a un regime che cercava di strumentalizzare la religione cristiana per i propri interessi, essi operarono «perché il Vangelo diventasse fermento nella società di una umanità nuova fondata sulla giustizia, sulla solidarietà, l’uguaglianza».
Scelsero, dunque, di restare fedeli a Cristo e, per questo, furono uccisi.
(fonte: Avvenire.it, 27 aprile 2019 Lucia Capuzzi).

Il Vangelo è stato il filo rosso che ha cucito insieme le vite diMons. Enrique Angelelli, vescovo, dei Padri Carlos de Dios Murias e Gabriel Longueville, sacerdoti religiosi, e Wenceslao Pedernera, laico e padre di famiglia. Anche le loro morti, avvenute per mano della dittatura militare – che oppresse il Paese dal 1976 al 1983 – in odio alla fede. sono unite tra loro dal Vangelo che hanno testimoniato.  – Martiri, ha stabilito il decreto di papa Francesco promulgato lo scorso 8 giugno 2019.

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