Un Santo “tutto di Dio” e tutto da conoscere

Rubrica quotidiana a cura di P. Salvatore Brugnano

Storie belle… per vivere meglio

Un Santo “tutto di Dio” e tutto da conoscere.

E’ Il gesuita Jean de Brébeuf (1593-1649) morto martire nel Canada del XVII secolo sconvolto da un’epidemia che richiama questi nostri giorni.
– Fra le tante missioni coraggiosamente aperte dai gesuiti fin dagli inizi della loro storia, quella del Canada fu tra le più difficili e faticose, per la durezza del clima e delle condizioni di vita, per la lingua incomprensibile degli autoctoni, per il momento storico segnato dalla spietata “guerra dei castori” fra irochesi e uroni e da terribili pestilenze.
– Davanti a una situazione così ardua, il grande apostolo di queste genti, san Jean de Brébeuf scriveva nel 1635: «Gesù Cristo è la nostra vera grandezza, lui solo e la croce si deve cercare correndo dietro a questi popoli». – I suoi missionari dovevano mostrare una dolcezza inalterabile e una pazienza a tutta prova: «Non è con la forza né con l’autorità che possiamo sperare di acquistare al Signore questi cuori». – Nel 1636 scoppiò una malattia epidemica sconosciuta, di cui i gesuiti furono ritenuti “untori”. Ci furono migliaia di morti. E alla fine i gesuiti furono uccisi: i missionari erano pronti al martirio, come testimonia l’ultima lettera di San Jean de Brébeuf al suo Superiore. – Le dolcissime parole di San Jean de Brébeuf per la Huron Carol (canto natalizio) dimostrano la sua capacità di incarnarsi profondamente nella loro cultura.

Nascita e vocazione.
♦ Nato il 25 marzo 1593 nel castello avito di Condé-sur-Vire (Francia), Jean era il figlio primogenito di Marie le Dragon e di Gilles ii de Brébeuf, una famiglia normanna di antica nobiltà che nel suo albero genealogico contava alcuni confessori della fede nelle persecuzioni avvenute sotto Enrico VIII d’Inghilterra e poi durante il regno di Elisabetta. L’esempio di questi parenti non lasciò indifferente il giovane Jean, che decise di vivere con radicalità il suo credo.
♦ Entrato nel noviziato dei gesuiti di Rouen, nella sua umiltà avrebbe voluto diventare fratello coadiutore ma i superiori gli chiesero di proseguire gli studi. Così nel 1622 fu ordinato sacerdote a Pontoise.
Subito domandò con vive istanze di essere inviato come missionario nella Nuova Francia in Canada. Vide realizzato questo ardente desiderio nell’estate del 1625, quando raggiunse Québec, dopo un avventuroso viaggio attraverso l’oceano durato più di due mesi.

Missionario nel Québec.
Ponendosi a servizio prima degli algonchini e poi degli uroni volle, come san Paolo, farsi tutto a tutti, condividendo senza sconti la dura esistenza di queste popolazioni, in ogni aspetto: i poveri pasti, il riposo sulla nuda terra o su una vecchia pelle piena di pulci, le faticose battute di caccia, i rischiosi viaggi su canoe che dovevano essere portate a spalla in prossimità delle rapide.
Le belle maniere imparate da bambino nel castello paterno sembravano diventare inutili; qui bisognava saper fronteggiare l’asprezza del quotidiano. E padre Jean piegò le spalle sotto carichi pesanti, col breviario legato al collo, i piedi sanguinanti, le vesti strappate nelle lunghe marce attraverso le impenetrabili foreste del Canada. A queste fatiche e ai frequenti digiuni causati dalla necessità univa un rigoroso impegno ascetico, con l’uso quotidiano della disciplina e quello frequente del cilicio.

Intanto studiava con amore i costumi degli uroni, arrivando anche a imparare la loro difficilissima lingua. Scrisse la grammatica e un dizionario di parole uroni. Inoltre tradusse nella lingua degli autoctoni il catechismo di padre Ledesma.
♦ Ma i contrasti fra Inghilterra e Francia costrinsero i superiori a richiamarlo in patria nel 1629.
Ritornò in Canada nel 1633, ribadì la sua appassionata volontà di sacrificare tutto a Dio, anche la vita, pronunciando in data imprecisata, fra il 1637 e il 1639, il voto di non rifiutare mai la grazia del martirio.

La terribile epidemia e il martirio.
Nella Nuova Francia (regione del Canada) lo attendeva davvero il martirio. Dapprima fu un martirio morale, collegato al diffondersi di una terribile pestilenza fra la popolazione urone, proprio fra le tribù che padre de Brébeuf amava tanto, fra coloro a cui, appena tornato dalla Francia, aveva detto: «Noi vogliamo venire nel vostro paese per vivere con voi e per morirvi. Voi sarete i nostri fratelli; d’ora innanzi noi faremo parte della vostra nazione».
Gli uroni inizialmente furono felici del ritorno di padre de Brébeuf e lo accolsero come un parente.
♦ Ma nel 1636 scoppiò una malattia epidemica sconosciuta. I primi ad ammalarsi furono i gesuiti. Nella piccola comunità di religiosi, rimasero tutti contagiati, tranne Jean de Brébeuf, che si prodigò in mille modi per curare con erbe e salassi i confratelli. Lo sciamano venne a offrire i suoi servigi: assicurava di avere il potere di risanare i missionari con delle saune e con l’invocazione degli spiriti. Padre de Brébeuf rispose che riponeva solo in Gesù ogni speranza. Lo sciamano se ne andò via, con l’animo pieno di risentimento.

♦ I gesuiti guarirono, ma l’epidemia prese a colpire la popolazione. Nel 1637 le morti crebbero in modo impressionante. Gli stregoni presero a incolpare i “veste nera” della terribile epidemia. La gente impaurita non volle più avere contatti con i missionari. Alcuni nel vederli fuggivano, altri li insultavano, minacciando di ucciderli.

Padre de Brébeuf quando lo seppe, scrisse una lettera d’addio al suo superiore a Québec, poi continuò serenamente il suo apostolato. Proprio per la fermezza e l’amore ardente dei missionari, pian piano le persecuzioni e le diffidenze cessarono. All’inizio dell’epidemia gli uroni erano 30.000, alla fine solo 12.000. Nel 1641 si erano convertite al cristianesimo sessanta persone.
Per esse Padre de Brébeuf e la comunità dei gesuiti costruirono un villaggio molto simile alle reducciones del Paraguay. La vita si avviava su basi serene, quando giunse per lui la grazia del martirio, tanto a lungo invocata.
Il 16 marzo 1649 morì fra torture atroci per mano degli irochesi, i tradizionali nemici degli uroni, in un assalto avvenuto durante la “guerra dei castori”. Con padre de Brébeuf morì anche un giovane gesuita, san Gabriel Lalemant (1610-1649), affrontando con pari coraggio gli stessi tormenti. Entrambi avrebbero potuto salvarsi con la fuga, ma preferirono lasciarsi catturare per incoraggiare con le loro parole e il loro esempio gli uroni fatti prigionieri.

L’ultima lettera d’addio inviata da san Jean de Brébeuf al suo superiore a Québec.
28 ottobre 1637
Reverendissimo Padre, pax christi.
Noi siamo forse sul punto di spargere il nostro sangue e di sacrificare le nostre vite nel servizio del nostro buon Maestro, Gesù Cristo.
Sembra che la Sua bontà stia per accettare questo sacrificio da me, in espiazione dei miei grandi e innumerevoli peccati e per coronare d’ora in poi i servizi passati e i grandi, ardenti desideri di tutti i nostri Padri che sono qui.
Ciò che mi fa pensare che questo non avverrà è da un lato l’eccesso della mia passata malvagità che mi rende del tutto indegno di un così meraviglioso favore e, d’altro lato, il non poter pensare che la Sua bontà permetta che siano messi a morte i suoi operai, perché, per grazia Sua, ci sono già delle anime buone che ricevono ardentemente il seme del Vangelo, nonostante le calunnie e le persecuzioni di tutti gli uomini contro di noi.
Ma tuttavia io temo che la Divina Giustizia, vedendo la testarda persistenza della maggior parte degli abitanti nelle loro follie, permetta molto giustamente che venga tolta la vita del corpo a noi che con tutto il cuore desideriamo e procuriamo la vita delle loro anime.

Qualunque cosa avvenga, io le assicuro che tutti i Padri aspettano l’esito di tale questione con una grande calma e serenità di spirito. E per me posso dire a Vostra Reverenza con tutta sincerità che non ho mai avuto finora la minima paura della morte. Ma noi siamo tutti addolorati perché queste persone, con la loro malizia, chiudono la porta al Vangelo e alla grazia.
Qualunque decisione si prenda e qualunque trattamento ci si faccia, noi cercheremo con la grazia del Signore di sopportarlo pazientemente per il Suo servizio. È un singolare favore che la Sua bontà ci fa concederci di sopportare qualcosa per amor Suo.
È proprio ora che noi sentiamo di appartenere veramente alla Compagnia. Che Lui sia sempre benedetto per averci scelti fra tanti altri migliori di noi e poi destinati a questo Paese, per aiutarlo a portare la Sua Croce!

In tutte le cose, sia fatta la Sua Santa Volontà. Se Lui vuole che in quest’ora moriamo, oh, fortunata quest’ora per noi! Se vuole serbarci per altre opere, sia benedetto.  Se Lei saprà che Dio ha coronato le nostre insignificanti fatiche, o piuttosto i nostri desideri, Lo benedica. È solo per Lui che noi desideriamo vivere e morire ed è Lui che ce ne dà la grazia.

  Circa il resto: se qualcuno sopravvive, ho dato gli ordini per tutto ciò che deve fare.
Ho pensato che i nostri Padri e domestici risparmiati si ritirino presso coloro che stimeranno essere i loro migliori amici; ho dato ordine che si porti alla capanna di Pietro, il nostro primo cristiano, tutto ciò che riguarda la cappella e soprattutto di essere particolarmente attenti a mettere il nostro dizionario e tutto ciò che abbiamo sulla lingua urone in un posto ben sicuro.
  Per me, se Dio mi fa la grazia di andare in Paradiso, pregherò Dio per il nostro popolo e per i poveri Uroni, e non dimenticherò Vostra Reverenza.
Infine noi supplichiamo Vostra Reverenza e tutti i nostri Padri di non dimenticarci nei loro Santi Sacrifici e nelle loro preghiere, perché in vita e dopo la morte Dio ci usi misericordia.

Siamo tutti, per la vita e per l’eternità, gli umilissimi e affezionatissimi servi di Vostra Reverenza in nostro Signore.
Jean de Brébeuf
F. Joseph Le Mercier – Pierre Chastellain – Charles Garnier – Paul Ragueneau
P.S. – Ho lasciato nella residenza di San Giuseppe i Padri Pierre Pijart e Isaac Jogues nelle medesime disposizioni di animo.

(fonte: cf. Osservatore Romano, 26 maggio 2020).

Huron carol, canto natalizio (testo di San Jean de Brébeuf).
Fra i pochi sopravvissuti vennero tramandate le parole del canto natalizio che padre de Brébeuf aveva composto per loro: si chiama Huron carol e ancora oggi viene cantato dagli amerindi del Canada.
Un inno dolcissimo, come l’amore di Cristo che divampò con tanta forza nel cuore di san Jean de Brébeuf.

Huron Carol (ascolta)
“Era la luna dell’inverno
quando tutti gli uccelli erano fuggiti,
il potente Gitchi Manitou
invece ha inviato cori di angeli.

Davanti alla loro luce le stelle si oscurarono
e i cacciatori erranti sentirono l’inno:
Gesù tuo re è nato, Gesù è nato
“In excelsis gloria!”

All’interno di una culla di corteccia rozza
fu trovato il tenero Bambino:
una veste frastagliata di pelle di coniglio
avvolgeva tutta la sua bellezza.

E mentre i cacciatori coraggiosi si avvicinavano,
la canzone dell’angelo suonò forte forte:
Gesù tuo re è nato, Gesù è nato.
“In excelsis gloria”

La prima luna dell’inverno
non era così rotonda e bella
come era l’anello di gloria
su quel bambino indifeso.
I capi già da lontano davanti a lui si inginocchiarono
Con doni di pelliccia e pelle di castoro …

Un Santo “tutto di Dio” e tutto da conoscere. E’ Il gesuita Jean de Brébeuf (1593-1649) morto martire nel Canada del XVII secolo sconvolto da un’epidemia. Leggendo la sua vita e il suo martirio si riesce a intravedere l’immenso amore per Dio, per cristo e la sua Croce e per il popolo degli Uroni ai quali dedicò la sua vita, che oggi appare come una scuola d’amore per tutti.

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