Benedizione degli animali in Piazza San Pietro

Rubrica quotidiana a cura di P. Salvatore Brugnano

Storie belle… per vivere meglio

Benedizione degli animali in Piazza San Pietro.

– Come ogni anno, nella festa di sant’Antonio abate del 17 gennaio, Piazza San Pietro è stata quasi una “stalla sotto il cielo” nella tradizionale benedizione degli animali.
– E la Chiesa è ben contenta di continuare la tradizione. Anzi la prevede nel “Benedizionale” ufficiale: “Molti animali, per disposizione della stessa provvidenza del Creatore, partecipano in qualche modo alla vita degli uomini, perché prestano loro aiuto nel lavoro o somministrano il cibo o servono di sollievo. Nulla quindi impedisce che in determinate occasioni, per es. nella festa di un santo, si conservi la consuetudine di invocare su di essi la benedizione di Dio”.
– La preghiera: “Invochiamo dunque la benedizione di Dio sopra queste creature e rendendo grazie al Creatore che le ha poste al nostro servizio, chiediamo di poter camminare sempre nella sua legge e di non venire mai meno alla nostra dignità umana e cristiana”.

L’appuntamento.
Una “stalla sotto il cielo” è stata allestita venerdì mattina, 17 gennaio, a ridosso di piazza San Pietro, nella memoria di sant’Antonio abate, patrono degli animali.
Dopo aver presieduto la messa nella basilica vaticana, il cardinale arciprete Angelo Comastri ha impartito la benedizione alle persone e agli animali domestici, da cortile e da stalla, radunati nella vicina piazza Pio XII, dopo aver sfilato lungo via della Conciliazione.
Le note della fanfara del reggimento lancieri di Montebello, intervenuti insieme ai rappresentanti dei reparti a cavallo delle forze armate italiane hanno concluso la manifestazione.
L’iniziativa è stata promossa dall’Associazione degli allevatori (Aia) nel ricordo del santo eremita, diventato il Protettore degli animali. Già nella pittura medievale veniva raffigurato con accanto un maiale.

Sant’Antonio abate, l’uomo del deserto.
Nacque verso il 251 a Coma, l’attuale Keman, località egiziana vicino al Nilo.
I suoi genitori erano cristiani benestanti, ma Antonio ricevette un’educazione elementare, perché si rifiutò di proseguire gli studi. A 18 anni rimase orfano e dovette occuparsi della sorella più piccola.
Desideroso di seguire Cristo più da vicino, stava già meditando di donare le sue ricchezze, quando entrato in una chiesa sentì il brano del vangelo di Marco in cui Gesù invita a distribuire i beni ai poveri.
Distribuito in elemosine tutto il patrimonio, si dedicò all’ascesi in un sepolcro.
A 35 anni si trasferì in una fortezza nei pressi del Nilo. E infine dopo venti anni si ritirò nel deserto.
Sempre ricercato da persone desiderose di seguire il suo esempio, vi si inoltrò ancora di più fino a giungere in una regione montuosa non lontana dal Mar Rosso, che la tradizione indentifica con il monastero di Deir-amba-Antonios.  Morì nel 356.

Il suo carisma.
La sua esperienza spirituale si contraddistinse per alcuni elementi peculiari: la lotta contro il demonio, i celebri miracoli e le guarigioni con le relative profezie e, infine, la paternità verso i discepoli.
Ma la grande novità da lui introdotta fu la vita nel deserto.
Prima della sua esperienza i monaci si stabilivano nei pressi dei villaggi. Antonio, invece, visse per venti anni da eremita, suscitando un grande interesse in chi era alla ricerca di Dio.
  Come annotava la Vita, la prima biografia, il deserto divenne una città di monaci, il cui padre fu proprio Antonio. Perciò è diventato uno dei santi più influenti nella Chiesa come iniziatore di una forma di vita consacrata che perdura fino a oggi.

Nella pittura medievale veniva raffigurato con accanto un maiale e una campana. Voleva ricordare la carità esercitata dai monaci antoniani che avevano il privilegio di far pascolare liberamente i maiali nel terreno comune. Per questo gli animali avevano un campanello al collo come segno distintivo.

(fonte: cf. L’Osservatore Romano, 17 gennaio 2020).

Come ogni anno, nella festa di sant’Antonio abate del 17 gennaio, Piazza San Pietro è stata quasi una “stalla sotto il cielo” nella tradizionale benedizione degli animali. E la Chiesa è ben contenta di continuare la tradizione; anzi la prevede nel “Benedizionale” ufficiale: “Invochiamo dunque la benedizione di Dio sopra queste creature e rendendo grazie al Creatore che le ha poste al nostro servizio, chiediamo di poter camminare sempre nella sua legge e di non venire mai meno alla nostra dignità umana e cristiana”.

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