Coronavirus. Tristezza dei funerali, ma speranza di eternità

Rubrica quotidiana a cura di P. Salvatore Brugnano

Storie belle… per vivere meglio

Coronavirus. Tristezza dei funerali, ma speranza di eternità.

– È vero che i funerali in questi giorni sono celebrati senza Messa. Ed è vero che le esequie si tengono solo al cimitero, per di più “ridotte” ai familiari.
– Vedere file di bare che finiscono col diventare “anonime” suscita tristezza. Piuttosto, però, esse diventano “universali” e ci appartengono, perché tra quelle ci può essere quella di un nostro caro, se non addirittura la nostra.
– Il virus contagia come e agisce come vuole: a tradimento, mentre non te lo aspetti.
– Nessuno di noi può vantare particolari meriti di esserne esente. E allora occorre guardare con realismo e tanta fede e speranza, perché la “possibile” morte si trasformi in vita eterna. 

Al tempo del coronavirus non c’è la Messa esequiale. Non si può andare nella casa del defunto. Non è possibile recarsi nella cappella mortuaria di un ospedale. Non si può raggiungere il cimitero al momento della sepoltura…
♦ Eppure la comunità cristiana accompagna comunque i fedeli nel loro ultimo viaggio. E si stringe in ogni caso accanto ai parenti colpiti dal lutto. Lo fa prima di tutto attraverso il sacerdote che, anche in mezzo alla pandemia che stiamo vivendo, non fa mai mancare la sua presenza. E lo fa l’intera comunità: non di persona, non fisicamente, ma in modi che magari possono apparire inusuali ma che coniugano preghiera e prossimità evangelica».
♦ Così, ad esempio, è possibile unirsi al dolore della famiglia con una telefonata, con un messaggi, anche assicurando la preghiera attraverso le reti sociali, postando un pensiero di partecipazione seguito da un’intenzione di preghiera.

Commovente è l’iniziativa di un frate cappuccino, cappellano d’ospedale: “Metto il telefono sulle salme e prego insieme ai parenti”. Così dà conforto ai familiari Fra Aquilino Apassiti, religioso 84enne all’ospedale di Bergamo: “I familiari dei defunti mi chiamano, io metto il cellulare sulle salme dei loro cari e preghiamo”. Il frate spiega come riesce a dare conforto ai parenti delle vittime in questo momento di emergenza sanitaria causato al coronavirus.
♦ Fra Aquilino Apassiti è un missionario cappuccino, di 84 anni, rientrato 5 anni fa a Dalmine dal Brasile, dà conforto a personale sanitario, pazienti e familiari, ovviamente nel rispetto delle misure di sicurezza. Sta nella cappella dell’ospedale Giovanni XXIII di Bergamo, si affaccia, dove permesso, sulla porta dei reparti.
Racconta del momento più terribile, la benedizione delle salme senza i parenti spesso in quarantena: “L’altro giorno una signora, non potendo più salutare il marito defunto mi ha chiesto di fare questo gesto. Ho benedetto la salma del marito, fatto una preghiera e poi ci siamo messi entrambi a piangere per telefono. Si vive il dolore nel dolore. E’ un momento di grande prova”.
♦ “In queste ultime settimane ovviamente non posso più vedere di persona i malati, soprattutto coloro che sono in dialisi, ma rimango sulla porta della stanza. Lo faccio perché se i pazienti non mi vedono pensano che io sia stato contagiato. La maggior parte del tempo la passo nella cappella dell’ospedale a pregare”.

La presenza del sacerdote.
  Al sacerdote tocca guidare l’unico momento celebrativo consentito, benché breve: la sepoltura al cimitero. È quello che nel rito delle esequie viene indicato con il titolo “Al sepolcro”.
  La liturgia cristiana del funerale è celebrazione del mistero pasquale di Cristo e nelle esequie intendiamo affermare la nostra speranza nella vita eterna. La dimensione pasquale non è solo presente nei testi della Messa, ma in tutti i testi del rito, comprese le orazioni della benedizione del sepolcro che richiamano in maniera forte al mistero della morte e risurrezione del Signore».

La presenza dei laici.
  C’è, però, ancora uno spazio che in questa pandemia è riservato al laicato. Si tratta della vicinanza ai pazienti “critici” negli ospedali. Dal momento che neppure il sacerdote può entrare in contatto con i malati che si trovano in terapia intensiva o in isolamento resta compito dei medici e degli infermieri cristiani offrire qualche parola di conforto e di fede.
Del resto la cura della persona non è solo sanitaria, ma globale e include anche la dimensione spirituale.
Di sicuro va detto che sono molti gli operatori credenti attenti anche all’anima. Una benedizione del cielo.

Sacerdoti morti per Coronavirus.
I sacerdoti, come i medici e gli operatori sanitari, sono esposti al contagio.
Una statistica di Avvenire rivela il numero e i nomi di sacerdoti morti in relazione al coronavirus.
♥  “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”, dice Gesù (Vangelo di Giovani 15,13). Una garanzia di eternità. Non paura, dunque, ma tanta speranza.

♦ Diocesi di Bergamo: Remo Luiselli, Gaetano Burini, Umberto Tombini, Giuseppe Berardelli, Giancarlo Nava, Silvano Sirtoli, Tarcisio Casali, Achille Belotti, Mariano Carrara, Tarcisio Ferrari
Diocese do Parma: Giorgio Bocchi, Pietro Montali, Andrea Andrea Avanzini, Franco Minardi, Fermo Fanfoni.

♦ Diocesi di Piacenza-Bobbio: Giorgio Bosini, Mario Boselli, Giovanni Boselli, Giovanni Cordani.
♦ Diocesi di Cremona: Vincenzo Rini, Mario Cavalleri.
♦ Diocesi del Piemonte: Mario Defechi, Giacomo Buscaglia.
♦ Diocesi di Milano: Marco Barbetta, Luigi Giussani.
♦ Diocesi di Lodi: Carlo Patti.
♦ Brescia: Giovanni Girelli.

(Fonte: Avvenire.it 18 marzo 2020).

Incredibile quello che i nostri occhi stanno vedendo in questi giorni. I morti che vengono sepolti in fretta, file di bare in attesa di essere portate all’ultimo approdo. E a Bergamo, città sommamente colpita dal contagio, non c’è più posto per le salme al cimitero: 70 mezzi militari portano le salme a cremare in altre regioni. Ma anche da “veloci” testi del rito di sepoltura o di congedo, comprese le orazioni della benedizione del sepolcro o delle ceneri viene alla luce il mistero della morte e risurrezione del Signore. “Io sono la Risurrezione e la Vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà!” (Gv 11, 1-45).

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