Curiosità dalla storia: l’origine dell’aggettivo lapalissiano

Il maresciallo de La Palice prima di morire era in vita

Breve storia dell’aggettivo derivato che indicherà una ovvietà


Non poteva certo immaginare, no, non avrebbe mai potuto sapere Jacques II de Chabannes de La Palice, a volte modernizzato in Lapalisse (La Palice, 1470 circa – Pavia, 24 febbraio 1525), militare francese, maresciallo di Francia, signore di La Palice, Pacy, Chauverothe, Bort-le-Comte e Le Héron che sarebbe passato alla storia per un fatto accaduto poco dopo la sua morte, perché appunto morendo non avrebbe potuto leggere l’epitaffio che proposero i suoi uomini e l’errore di “lettura” che ne seguì e lo rese celebre. L’Italia a quei tempi era il campo di battaglia tra i Valois e gli Asburgo. Il maresciallo de La Palice aveva partecipato a tante battaglie in Italia, prima al servizio di Carlo VIII di Francia della dinastia dei Valois, poi del suo successore Luigi XII del ramo dei Valois-Orleans, ed infine del re Francesco I del ramo dei Valois-Angoulême (fu quest’ultimo a nominarlo maresciallo di Francia). Insomma, il nostro maresciallo aveva un certo legame con il Bel Paese, soprattutto con la zona settentrionale, ma a 55 anni ci lasciò la pelle proprio nella battaglia di Pavia. In realtà – stando a fonti storiche – si batté con coraggio e non morì durante lo scontro armato, ma fu fatto prigioniero dagli uomini del marchese di Pescara, al servizio dell’imperatore Carlo V, e fatto fuori in un secondo momento con un colpo di archibugio. Sì, avete capito bene, l’archibugio, la prima vera arma da fuoco portatile, in pratica l’antenato del fucile. Già in uso da molto tempo, l’archibugio fu però un’arma importantissima durante lo scontro di Pavia, perché per la prima volta in una grande battaglia decisiva si assisté alla sconfitta di un corpo di cavalleria, la gendarmeria di Francia, cioè la migliore cavalleria pesante del tempo, da parte del tiro intenso e continuato di un corpo di fanti armati di archibugi: gli archibugieri del marchese di Pescara. In sintesi: i francesi furono sconfitti, il re Francesco I fu fatto prigioniero, l’imperatore Carlo V vinse e si prese tutta l’Italia settentrionale e il nostro maresciallo morì senza sapere che il suo nome sarebbe stato ricordato solo per l’aggettivo a cui diede vita. Questo l’epitaffio proposto dai suoi uomini nella traduzione in italiano, che in un secondo momento indicherà una palese tautologia: “Qui giace il signore de La Palice. Se non fosse morto, farebbe ancora invidia”. Con il passare del tempo la f di “farebbe” fu letta s (a quel tempo le due grafie erano simili), diventando quindi serait “sarebbe”, e la parola envie “invidia” divenne en vie “in vita”. Il risultato fu che il testo recitava che “se egli non fosse morto, sarebbe ancora in vita” (si il n’était pas mort, il serait encore en vie). Da qui il significato di ovvietà attribuito all’aggettivo. Ma è ovvio ed evidente, palese, lampante nel senso che una verità lapalissiana è un fatto di un’evidenza tale che la sua enunciazione è del tutto inutile se non proprio umoristica e ridicola. Il necrologio fu scoperto da un accademico di Francia intorno al XVIII secolo che penso bene di comporre intorno al testo originale una canzone di successo. Questa canzoncina fu poi riscoperta nel XIX secolo da Edmond De Goncourt che ne coniò il termine. In lingua francese il termine è sostantivo, mentre in Italia si utilizza l’aggettivo derivato: “lapalissiano”. L’ortografia di entrambi comunque proviene dal nome moderno della città di Lapalisse, che ospita il castello storico di Jacques de La Palice. La città si trova in Francia, ovviamente…

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Francesco Marmorato
Francesco Marmorato
Docente di lettere nella scuola secondaria, collaboratore storico della testata Tropeaedintorni.it, è giornalista iscritto all'albo professionale dell'Ordine dei giornalisti della Calabria, elenco pubblicisti.