Farisei e pubblicani oggi

Rubrica quotidiana a cura di P. Salvatore Brugnano

Storie belle… per vivere meglio

Farisei e pubblicani oggi.

– Nel mondo e nella stessa Chiesa anche oggi ci sono ancora Farisei e pubblicani. Semplicemente perché noi lo siamo: tante volte come fariseo e qualche volta come il pubblicano.
– «Gesù disse questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri». In questa parabola del fariseo e del pubblicano Gesù ci fa conoscere il criterio della giustificazione seguito da Dio, che non si lascia ingannare da chi, come il fariseo, nella sua ipocrita rispettabilità si autoassolve.
– Dio apprezza, invece, il pubblicano perché non si nasconde dietro finzioni ma sa riconoscersi peccatore, mettendosi a nudo davanti a Dio, chiedendo pietà e misericordia. Egli non confida nelle sue preghiere, che forse non conosce, ma solo nell’infinita misericordia di Dio, al quale non servono tante parole quando gli si apre il cuore con sincerità (don Vito Di Luca, ssp).
– O Signore Gesù Cristo, ti presentiamo la nostra preghiera, consapevoli che da soli non sappiamo amare. Accoglila e presentala tu al Padre tuo perché ci doni lo Spirito di grazia e di conversione.

Dal Vangelo di questa domenica (Lc 18,9-14)
In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

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Quando mettiamo «io» al posto di «Dio» di Ermes Ronchi
♦ Gesù ha l’audacia di denunciare che pregare può essere pericoloso, può perfino separarci da Dio, renderci “atei”, adoratori di un idolo. Il fariseo prega, ma come rivolto a se stesso, dice letteralmente il testo; conosce le regole, inizia con le parole giuste «o Dio ti ringrazio», ma poi sbaglia tutto, non benedice Dio per le sue opere, ma si vanta delle proprie: io prego, io digiuno, io pago, io sono un giusto.
♦ Per l’anima bella del fariseo, Dio in fondo non fa niente se non un lavoro da burocrate, da notaio: registra, prende nota e approva. Un muto specchio su cui far rimbalzare la propria arroganza spirituale. Io non sono come gli altri, tutti ladri, corrotti, adulteri, e neppure come questo pubblicano, io sono molto meglio.
♦ Offende il mondo nel mentre stesso che crede di pregare. Non si può pregare e disprezzare, benedire il Padre e maledire, dire male dei suoi figli, lodare Dio e accusare i fratelli.
Quella preghiera ci farebbe tornare a casa con un peccato in più, anzi confermati e legittimati nel nostro cuore e occhio malati.

Invece il pubblicano, grumo di umanità curva in fondo al tempio, fermatosi a distanza, si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». Una piccola parola cambia tutto e rende vera la preghiera del pubblicano: «tu», «Signore, tu abbi pietà».

La parabola ci mostra la grammatica della preghiera. Le regole sono semplici e valgono per tutti. Sono le regole della vita.
La prima: se metti al centro l’io, nessuna relazione funziona. Non nella coppia, non con i figli o con gli amici, tantomeno con Dio. Il nostro vivere e il nostro pregare avanzano sulla stessa strada profonda: la ricerca mai arresa di qualcuno (un amore, un sogno o un Dio) così importante che il tu viene prima dell’io.
La seconda regola: si prega non per ricevere ma per essere trasformati. Il fariseo non vuole cambiare, non ne ha bisogno, lui è tutto a posto, sono gli altri sbagliati, e forse un po’ anche Dio. Il pubblicano invece non è contento della sua vita, e spera e vorrebbe riuscire a cambiarla, magari domani, magari solo un pochino alla volta. E diventa supplica con tutto se stesso, mettendo in campo corpo cuore mani e voce: batte le mani sul cuore e ne fa uscire parole di supplica verso il Dio del cielo (R. Virgili).

Il pubblicano tornò a casa perdonato, non perché più onesto o più umile del fariseo (Dio non si merita, neppure con l’umiltà) ma perché si apre – come una porta che si socchiude al sole, come una vela che si inarca al vento – a Dio che entra in lui, con la sua misericordia, questa straordinaria debolezza di Dio che è la sua unica onnipotenza.
(fonte: Avvenire.it, 24 ottobre 2019).

Il paradosso di oggi
I pubblicani di ieri sono diventati i farisei di oggi! Nella nostra cultura, infatti, è il pubblicano, cioè il trasgressore più spudorato, che si permette di dire a Dio: “Ti ringrazio, Signore, che non sono come quei farisei dei credenti, ipocriti e intolleranti, che vanno in chiesa, che fanno qualche penitenza, la comunione tutte le domeniche, ma che nella vita di tutti i giorni sono peggiori di noi”.
Paradossalmente qualcuno oggi pretenderebbe di pregare anche così: “Ti ringrazio, o Dio, perché sono un ateo, non credente e non praticante!”.
E talvolta si tende, specie nei più giovani, a mostrarsi più spregiudicati di quello che si è, pur di non sembrare da meno degli altri. (P. R. Cantalamessa).

Farisei e pubblicani oggi – Nel mondo e nella Chiesa stessa ancora oggi ci sono farisei e pubblicani. Semplicemente perché noi lo siamo: sì, perché tante volte siamo come il fariseo e a volte come il pubblicano. Il dito lo dobbiamo puntare contro noi stessi. Ma dalla parabola possiamo imparare qualcosa: come il fariseo, cerchiamo di non essere nella vita ladri e ingiusti, di osservare i comandamenti e pagare le tasse; come il pubblicano, riconosciamo, quando siamo al cospetto di Dio, che quel poco che abbiamo fatto è tutto dono Suo ed imploriamo, per noi e per tutti, il dono incommensurabile della Sua misericordia.

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