Il medico e la sua missione

Rubrica quotidiana a cura di P. Salvatore Brugnano

Storie belle… per vivere meglio

Il medico e la sua missione.

– Il 12 aprile 2020 è stato il giorno della Pasqua, che i fedeli di tutto il mondo ha festeggiato nei limiti permessi dalla crisi del coronavirus.
– Il 12 aprile è stato anche il giorno di San Giuseppe Moscati, il medico dei derelitti, morto 92 anni fa.
– In Italia, due giorni prima, il 10 aprile, era stato aggiornato il numero dei medici morti al servizio di contagiati dal virus: 109 medici e anche una trentina di infermieri.
– La professione del medico è stata sempre guardata con rispetto nel corso della storia, anche se i casi di malasanità o di corruzione ne hanno offuscato i lineamenti. Come codice deontologico il medico segue un giuramento, quello di Ippocrate (460-377 a.C.) che è stato aggiornato e deliberato dal comitato centrale della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri il 13 giugno 2014. Vale la pena leggerlo. – La dedizione e il sacrificio dimostrati dimostrati dai medici in questi tristi giorni di pandemia sono stati riconosciuti ed elogiati dalle autorità civili ed ecclesiastiche e dalla gente. Papa Francesco li ha annoverato tra i santi ‘concreti’: “Penso ai santi della porta accanto in questo momento difficile. Sono eroi! Medici, volontari, religiose, sacerdoti, operatori che svolgono i loro doveri affinché questa società funzioni. Quanti medici e infermieri sono morti! In servizio, servendo…”
– E c’è per tutti i medici un loro collega protettore, San Giuseppe Moscati, il medico dei derelitti, le cui mani guarirono la città di Napoli. – Moscati era un medico povero. Sembra un controsenso parlare di povertà nella vita di un uomo che per le capacità, l’ingegno, la fama e la posizione sociale avrebbe potuto avere tutti i beni materiali che poteva desiderare. Eppure fu così: Moscati era povero. Lo affermano tutti coloro che l’hanno conosciuto, citando particolari di questa povertà. Non solo non era attaccato al denaro, ma dava ai poveri ciò che aveva.

Un medico che offrì tutta la sua vita.
Nel Martirologio Romano è scritto: “A Napoli, san Giuseppe Moscati, che, medico, mai venne meno al suo servizio di quotidiana e infaticabile opera di assistenza ai malati, per la quale non chiedeva alcun compenso ai più poveri, e nel prendersi cura dei corpi accudiva al tempo stesso con grande amore anche le anime”.
Era una cosa ordinaria vedere il medico Moscati chinato a lenire ferite, a visitare i malati, ad ascoltare le voci dei sofferenti negli ospedali. Ore interminabili tra le corsie, da un reparto all’altro, per consolare, guarire, curare.
Giuseppe Moscati era un medico particolare, quello che la gente richiedeva da ogni parte: non solo un bravissimo clinico che sapeva formulare le diagnosi più complicate, ma un santo.
Quando morì d’infarto, il 12 aprile 1927, non aveva ancora compiuto 47 anni. Era tornato dall’ospedale e dalle visite a domicilio per controllare alcuni pazienti. La gente per le strade di Napoli iniziò a gridare: «È morto il medico santo».
Non era solo un esperto delle scienze terrene, ma anche delle cose di Dio. Nel malato vedeva Cristo Crocifisso da soccorrere, amare e servire.
Aveva speso la vita nella ricerca e nello studio per essere sempre più utile al prossimo. D’altronde, era un celebre professore che all’insegnamento univa la pratica di quanto appreso negli atenei. Aveva acquisito anche una fama internazionale per le sue ricerche che avevano trovato spazio nelle pagine delle riviste scientifiche.
I suoi studi, in particolare, si concentravano sul glicogeno e su argomenti collegati, facendo di lui un rinomato precursore in questo campo.

Dati biografici e scelta di essere medico.
Giuseppe era nato il 25 luglio 1880 a Benevento, settimo dei nove figli del magistrato Francesco Moscati e di Rosa De Luca, dei marchesi di Roseto. Fu battezzato il 31 luglio. L’anno successivo la famiglia si trasferì prima ad Ancona e poi a Napoli. Dal 1889 al 1894 seguì i corsi ginnasiali e liceali all’istituto Vittorio Emanuele.
♦ A 17 anni si diplomò con ottimi voti e si iscrisse alla facoltà di medicina dell’Università di Napoli. Aveva scelto di diventare un dottore perché era sempre stato sensibile alla sofferenza umana, tanto da cercare in ogni modo di lenirla.  Non riusciva ad accettare l’impotenza di fronte a molte malattie. Da qui l’impegno per la ricerca scientifica.
Tuttavia, sapeva che Gesù era l’unico medico del corpo e dell’anima, per cui affidava a Lui ogni sforzo per ridare la salute alla gente che incontrava. La sua azione era integrale: non voleva solo guarire dalle malattie, ma anche ricondurre le anime a Cristo e salvarle dalla morte eterna.

♦ Il 4 agosto 1903, Giuseppe Moscati conseguì la laurea con pieni voti e dignità di stampa. Dopo cinque mesi, partecipò al concorso pubblico indetto per l’ufficio di assistente ordinario negli Ospedali Riuniti di Napoli, e a un altro per coadiutore straordinario.
Si aggiudicò il primo posto e iniziò a prestare servizio nell’ospedale degli Incurabili.
♦ Si dimostrò un grande organizzatore e a lui venne affidato il compito di sistemare il ricovero dei malati affetti dalla rabbia.  Nel 1906 si prodigò per salvare i ricoverati nell’ospedale di Torre del Greco, durante l’eruzione del Vesuvio.
Continuò a studiare e a vincere concorsi, fino a quando divenne primario.
♦ Nel 1911 ottenne la libera docenza in chimica fisiologica su proposta di Antonio Cardarelli e insegnò indagini di laboratorio applicate alla clinica e chimica applicata alla medicina, secondo i programmi del Consiglio superiore della pubblica istruzione.

Medico in tempo di guerra.
Allo scoppio della prima Guerra mondiale presentò domanda di arruolamento volontario, ma la richiesta venne respinta. Volevano averlo a disposizione per curare i soldati feriti che tornavano dal fronte.
Venne nominato anche direttore del reparto militare dal 1915 al 1918.
In questo periodo, per quanto riportato dai registri dell’ospedale degli Incurabili, visitò 2.524 soldati.

Carità e vita interiore.
♦ La sua prolifica attività professionale non si spiega solo con la passione per la medicina.
Non era raro che, andando a curare i poveri nelle loro case, invece di riscuotere la parcella lasciasse loro del denaro.  Non era difficile nemmeno trovarlo in giro di notte per le strade di Napoli mentre si recava a visitare un ammalato.
La forza di tanta attività gli proveniva dall’amore di Dio. Partecipava quotidianamente alla messa nella chiesa del Gesù Nuovo, che era nei pressi di casa sua, e rimaneva a lungo in preghiera davanti al Santissimo Sacramento. Dalla Parola di Dio attingeva il coraggio e l’ispirazione per affrontare le difficoltà che incontrava nella cura dei malati.
♦ Tra i numerosi pazienti, ne ebbe due famosi: il tenore Enrico Caruso e il beato Bartolo Longo.

Morte e gloria.
♦  I funerali di Moscati furono un’apoteosi popolare di riconoscenza a questo medico umile e pieno di carità. La sua fama di santità crebbe sempre più, al punto che, il 16 novembre 1930, i suoi resti mortali vennero traslati nella chiesa del Gesù Nuovo.
♦  Fu beatificato da Paolo VI il 16 novembre 1975, durante il giubileo, e proclamato santo da Giovanni Paolo II il 25 ottobre 1987, durante i lavori dell’assemblea del Sinodo dei vescovi su «La vocazione e la missione dei laici nella Chiesa e nel mondo»
♦ Di recente è stato proposto come patrono del “118” (Servizio di Pronto Soccorso) proprio per la sua instancabile dedizione a quanti soffrono nel corpo e nello spirito.
(fonte: cf Osservatore Romano, 11 aprile 2020).

Ippocrate2014

Il 12 aprile è stato anche il giorno di San Giuseppe Moscati, il medico dei derelitti, morto 92 anni fa; le sue mani guarirono la città di Napoli. Al giuramento di Ippocrate, che ogni medico fa, unì uno straordinario amore per gli ammalati che nasceva dalla sua fede: nel prendersi cura dei loro corpi accudiva al tempo stesso anche le anime”. Egli offrì tutta la sua vita per curare gli ammalati. Morì per infarto a 47 anni, dopo essere tornato dall’ospedale e dalle visite a domicilio per controllare alcuni pazienti. Fu un eroe, un santo. Papa Francesco lo avrebbe chiamato “un santo della porta accanto”.

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