Ricordo di un vescovo che amava il suo popolo

Rubrica quotidiana a cura di P. Salvatore Brugnano

Storie belle… per vivere meglio

Ricordo di un vescovo che amava il suo popolo.

– E’ più di un settimana che è morto il vescovo Pedro Casaldáliga Plá, spagnolo ma vissuto e morto in Brasile, che ha amato e lottato per il suo popolo in difesa della sua terra.  Diceva in una poesia: «Mi chiameranno sovversivo. E io dirò loro: lo sono. Per il mio popolo in lotta, vivo. Col mio popolo in marcia, vado».
– La sua scomparsa per primo è stata annunciata dal tam tam di chi lo conosceva e lo amava; e poi dalla grande stampa internazionale.
– Io non lo conoscevo e non avevo letto niente di lui. Ma la fretta premurosa con cui sono stati approntati i servizi giornalistici mi ha spinto a rendermi conto. Bello, davvero bello vedere un vescovo che ama e lotta per il suo popolo, per la sua terra, per i suoi diritti. – “Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno a causa del mio nome. Rallegratevi, perché i vostri nomi sono scritti in cielo!” – Lo ha detto Gesù e noi ci rallegriamo con questo servo fedele, dimostrando grande gioia per chi ha amato e servito tanto
– L’Osservatore Romano gli ha dedicato un articolo il 10 agosto 2020: “Della Terra e del popolo. Ricordo del vescovo Casaldáliga Plá”.

Sovversivo per amore.
«Mi chiameranno sovversivo. E io dirò loro: lo sono. Per il mio popolo in lotta, vivo. Col mio popolo in marcia, vado».
♦ È l’inizio di una poesia di Pedro Casaldáliga Plá, vescovo prelato emerito di São Félix, nello stato brasiliano di Mato Grosso, morto a 92 anni sabato 8 agosto a Batatais (São Paulo) per problemi respiratori aggravati dal morbo di Parkinson di cui soffriva da anni.
E poeta e soprattutto “sovversivo” monsignor Casaldáliga lo fu davvero, quando nel 1968, missionario clarettiano, lasciò la natia Spagna per raggiungere per sempre il Brasile, scelta radicale di vita e di fede; e quando, da pochi giorni nominato vescovo (da Paolo VI che sempre lo difese), scrisse la sua prima lettera pastorale: Uma Igreja da Amazônia em conflito com o latifúndio e a marginalizaçao social, diventato un testo profetico, manifesto di denuncia a tutela delle popolazioni indigene, dell’ambiente, delle donne, contro la povertà, la schiavitù, l’emarginazione, i latifondisti, la dittatura.
♦ Era il 10 ottobre 1971 e il Brasile, con alla presidenza della Repubblica il generale Emílio Garrastazu Médici, stava vivendo uno dei periodi più difficili della sua storia, caratterizzato da violenze e repressioni.
Dom Pedro si erse a baluardo dei diritti dei più deboli e indifesi, in particolare indigeni e contadini senza più terra: «Queste pagine — scrive nella lettera — sono semplicemente il grido di una Chiesa amazzonica, la prelatura di São Félix, nel nord-ovest del Mato Grosso, contro il latifondo e l’emarginazione sociale di fatto istituzionalizzata. Per dovere di pastori e per solidarietà umana», il silenzio non può più essere tollerato. Dire la verità è «un servizio», il suo scopo «renderci liberi».

La Chiesa e i poveri.
♦ Quasi cinquant’anni fa Casaldáliga Plá creò il solco, tra un prima e un dopo, chiamò la Chiesa locale a denunciare «errori e omissioni», perché il punto di riferimento è «il Vangelo» e, anche, «il Vaticano II, Medellín, l’ultimo sinodo», quello del 1971, dedicato al tema Il sacerdozio ministeriale e la giustizia nel mondo.
♦ Sottolinea, citando uno dei testi sinodali, che «la testimonianza (funzione profetica) della Chiesa nel mondo avrà poca o nessuna validità se non dimostra allo stesso tempo la sua efficacia nell’impegno per la liberazione degli uomini anche in questo mondo».
♦ D’altra parte, «la Chiesa può fare ogni sforzo per difendere la verità del suo messaggio ma, se non la identifica con un amore dedito all’azione, questo messaggio cristiano rischia di non offrire più alcun segno di credibilità all’uomo di oggi».

La diffusione della lettera pastorale — secondo il sociologo José de Souza Martins «uno dei più importanti documenti nella storia sociale del Brasile» — venne vietata dalla polizia federale e monsignor Casaldáliga fu minacciato di morte (l’11 ottobre 1976, in un carcere, una pallottola probabilmente destinata a lui raggiunse e uccise il padre gesuita João Bosco Burnier che era in sua compagnia) e di espulsione dal paese. Ma non se ne andò mai più.

Un clarettiano venuto dalla Spagna.
♦ Nato a Balsareny, in Catalogna, il 16 febbraio 1928, da una famiglia di agricoltori, nel 1943 entrò nella congregazione dei Missionari figli del cuore immacolato di Maria (clarettiani). Venne ordinato sacerdote il 31 maggio 1952 a Montjuïc (Barcellona) e nel 1968 si trasferì come missionario in Brasile.
Paolo VI lo nominerà prelato di São Félix do Araguaia il 27 agosto 1971, consacrandolo vescovo il 23 ottobre successivo. Da allora, in un Mato Grosso segnato da analfabetismo ed emarginazione sociale, dove a farla da padroni erano i proprietari terrieri, dom Pedro divenne “teologo della liberazione”, “profeta dei poveri”, “vescovo del popolo”.
«Qui — diceva — si uccide e si muore più di quanto si viva. Qui uccidere o morire è più facile, alla portata di tutti, che vivere».
♦ Il suo obiettivo era un modello di Chiesa impegnata sul campo, attraverso piccole comunità di base, sparse per le strade, con struttura partecipativa, corresponsabile, democratica.
♦ In tal senso, osserva il teologo Juan José Tamayo, Casaldáliga «è un esempio di globalizzazione dal basso, dalle vittime, in altre parole dell’alter-globalizzazione della speranza di fronte al pessimismo installato nella società».
Un’esistenza spesa per le cause di liberazione dei popoli oppressi che, diceva dom Pedro, «sono più importanti della mia stessa vita».

Papa Francesco, nell’esortazione apostolica postsinodale “Querida Amazonia”, cita una delle sue bellissime poesie: «Galleggiano ombre di me, legni morti. Ma la stella nasce senza rimprovero sopra le mani di questo bambino, esperte, che conquistano le acque e la notte. Mi basti conoscere che Tu mi conosci interamente, prima dei miei giorni».
Navigando lungo il Tocantins amazzonico, leggere le acque come sogno, con il Signore per guida: la Terra e Dio. Per monsignor Casaldáliga Plá, davvero fu un tutt’uno indissolubile.

(fonte: L’Osservatore Romano, 10 agosto 2020).

Spagnolo di nascita, religioso clarettiano, Pedro Casaldáliga Plá arrivo missionario in Brasile. Paolo VI lo nomino e consacro vescovo nel 1971. Da allora, in un Mato Grosso segnato da analfabetismo ed emarginazione sociale, dove a farla da padroni erano i proprietari terrieri, dom Pedro divenne “teologo della liberazione”, “profeta dei poveri”, “vescovo del popolo”: «Qui si uccide e si muore più di quanto si viva. Qui uccidere o morire è più facile, alla portata di tutti, che vivere». – «Mi chiameranno sovversivo. E io dirò loro: lo sono. Per il mio popolo in lotta, vivo. Col mio popolo in marcia, vado».

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